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Davanti alla legge.

Samstag, 18. November 2017

Nel numero N° 47/2017 del settimanale DIE  ZEIT, Christof Siemes ha spiegato in maniera netta e comprensibile a tutti di cosa si tratta: Non della mia persona ma della libertà della stampa in Germania.

 


Davanti alla legge.

Perché la giornalista investigativa pluripremiata Petra Reski continua a scrivere sulla mafia solo in forma di romanzo.

di Christof Siemes

«Non ho paura della mafia, ma della viltà degli onesti», si dice in “Bei aller Liebe” (Con tutto l’amore), l’ultimo romanzo di Petra Reski sugli intrighi della mafia in Italia e in Germania. Ciò che nel libro mette in bocca a una procuratrice immaginaria, l’autrice insignita di premi potrebbe dirlo a buon diritto anche di sé stessa. Da anni in saggi, articoli di giornali (anche per die Zeit) e romanzi si occupa dei crimini di Cosa Nostra e co.; per un certo tempo ha potuto comparire in pubblico solo sotto protezione della polizia. Ma la maggior parte dei problemi per il suo lavoro meritorio li ha attualmente non con qualche losco figuro, ma con le finezze della giustizia tedesca e internazionale così come con un famoso editore di Berlino.

Due settimane fa il tribunale di Amburgo ha pronunciato l’ultima sentenza in una serie di processi nei quali Petra Reski è coinvolta da anni. Questa volta lei stessa aveva intentato un’azione legale – contro Jakob Augstein, erede dello Spiegel, editore e caporedattore del settimanale „Der Freitag“. A marzo 2016 vi era apparso l’articolo della Reski “Ai boss piace il tedesco”, nel quale, tra l’altro, scriveva di un processo che un uomo d’affari italiano di Erfurt aveva intentato con successo contro un documentario sulla mafia della rete televisiva MDR, nel quale egli si riteneva rappresentato come presunto affiliato alla mafia. Nel suo articolo la Reski faceva il nome del ristoratore – credendo si trattasse di lecita cronaca giudiziaria. Egli ha tuttavia querelato in un primo tempo la Reski personalmente per violazione dei suoi diritti della personalità, e successivamente il „Freitag“, che in seguito a ciò ha tolto l’articolo dalla sua pagina web e – contrariamente all’abitudine del mondo dei media – ha lasciato sola la sua autrice ad affrontare le scaramucce giudiziarie.

Augstein, sempre molto combattivo dalle sue colonne del suo Spiegel online, ha rifiutato alla giornalista investigativa indipendente Reski la difesa legale, e come se non bastasse, ha messo per principio in dubbio la serietà del suo lavoro in diversi tweet e prese di posizione. Lei ha sporto querela contro cinque di queste dichiarazioni, tre delle quali adesso Augstein non potrà più ripetere. Il danno però rimane: da un lato la Reski è costretta a sostenere la maggior parte delle spese legali, dall’altro Augstein può ad esempio, con riferimento all’autrice, continuare ad affermare che le redazioni «non sono un’assicurazione di tutela legale per inchieste di scarsa qualità». Anche se Petra Reski ricorrerà in appello contro la sentenza – quale giornalista oserà adesso scrivere un articolo sul tema mafia, se perfino noti editori temono il rischio inevitabilmente collegato a questo e alla minima contrarietà prendono le distanze dai loro autori?

Di diverso genere è il dilemma reso chiaro da una sentenza della corte di giustizia europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo. Questa volta si tratta del saggio di Petra Reski “ Santa Mafia” del 2008. Anche contro di esso aveva sporto querela un uomo d’affari italiano, che si vedeva ingiustamente indicato quale «presunto affiliato alla ‘Ndrangheta», la mafia calabrese.

Su un simile sospetto è lecito scrivere se questo può fondarsi su un «minimo di prove». Come tali la Reski nel suo libro citava tra l’altro rapporti interni della polizia criminale tedesca BKA; lungo i diversi gradi del processo ella ha inoltre addotto ulteriori atti, come pure dichiarazioni giurate di investigatori italiani. Il numero due della Procura nazionale  antimafia si è persino offerto egli stesso di testimoniare dinanzi a un tribunale tedesco sui coinvolgimenti del querelante.

Tutto questo materiale, però, non è stato accettato dalla giustizia tedesca quale fonte cosiddetta privilegiata. Una protesta presentata alla Corte Costituzionale Federale tedesca è stata respinta; la casa editrice della Reski Droemer Knaur (che, diversamente da Augstein, è rimasta fedele alla sua autrice nel processo che dura da anni) ha annerito i passi corrispondenti nel libro, ha pagato all’uomo d’affari 10.000 euro di risarcimento danni – e si è infine rivolta alla suprema corte europea. Qui adesso non si discute più il caso concreto; nel processo dell’editore della Reski contro la Repubblica Federale tedesca si tratta di una questione ben più importante: la giustizia tedesca con le sue sentenze ha violato in questa faccenda il diritto alla libertà d’espressione?

Sei dei sette giudici dicono di no. Come fonti di cronaca anche i giudici di Strasburgo accettano – come precedentemente i loro colleghi tedeschi – solo dichiarazioni di una procura inquirente accessibili al pubblico da parte o sentenze passate in giudicato. Ciò significa che i rapporti della polizia criminale tedesca BKA e altri documenti interni non sono pertanto sufficienti per poter scrivere articoli sul sospetto di intrighi mafiosi, facendo menzione di nomi veri.

Il pensiero che vi sta dietro è del tutto comprensibile: la tutela della personalità è un bene prezioso; un sospetto viene rapidamente messo in giro, e già un annuncio anonimo può portare alla stesura di un verbale da parte delle autorità inquirenti, che però non vale ancora automaticamente come fonte. Se si vogliono tuttavia sfruttare tali documenti interni – e senza di essi il giornalismo investigativo è assolutamente impossibile -, l’interessato, prima della pubblicazione del suo nome, deve essere messo a confronto con le informazioni e deve essere richiesto il suo parere. I giudici europei lo hanno ancora una volta espressamente sottolineato.

Nel caso di un servizio giornalistico sulla mafia, questo modo di amministrare la giustizia sembra però piuttosto lontano dalla realtà. Senza il sostegno di una grande redazione un’autrice indipendente deve andare incontro alla prevedibile smentita, così da venire fra non molto pedinata e minacciata, come è successo a Petra Reski? Una giudice della Corte di Giustizia europea, comunque, non ha voluto appoggiare questo primato assoluto della tutela della personalità davanti al diritto alla libertà di opinione. Forse è dovuto al fatto che Nona Tsotsoria proviene dalla Georgia, dove avrà fatto esperienza con le strutture mafiose. Nel suo voto divergente dal giudizio dei suoi colleghi considera i rapporti interni fonti del tutto ufficiali e deplora profondamente «questa inquietante distanza dalla comune interpretazione della giustizia».

In Italia, dove Petra Reski vive da decenni, la situazione della giustizia è diversa per via delle esperienze nella lotta antimafia in molti ambiti. Ad esempio lì è già configurazione di reato la semplice appartenenza alla mafia. Inoltre per evitare il riciclaggio di denaro sporco si è invertito l’onere della prova: chi investe grandi quantità di denaro contante deve essere in grado di dichiararne la provenienza – in Germania invece spetta alle autorità inquirenti dimostrare eventualmente che il denaro proviene da affari illeciti. Per quanto riguarda la cronaca, nella patria di Cosa Nostra è lecito citare, facendo i nomi, da tutte le fonti disponibili; queste comprendono anche i protocolli delle molte intercettazioni ambientali, che a questi livelli non verrebbero mai concesse in Germania, ma senza le quali la lotta antimafia è praticamente impossibile. (Che questa prassi abbia anche i suoi lati negativi e che nelle intercettazioni possano comparire persone completamente estranee, è indiscutibile.) Naturalmente anche in Italia presunti mafiosi sporgono querela contro articoli su di loro. Ma non le è noto un solo caso in cui un giornalista con fonti interne sia stato sconfitto dinanzi a un tribunale, dice Petra Reski.

Per potersi poi permettere di affrontare altre cause con Augstein e con l’uomo d’affari di successo di Erfurt, ha organizzato una colletta; 262 sostenitori hanno procurato in poco tempo 20.000 dollari. Ma perfino questi non basteranno se l’imprenditore italiano dovesse avere successo con la sua ultima richiesta di risarcimento danni: egli pretende 25.000 euro – più che sufficienti per chiudere definitivamente la bocca a una giornalista indipendente e a molti dei suoi colleghi insieme a lei. Il processo avrà luogo a febbraio.

Petra Reski ha tratto dalle querele una conclusione tanto inquietante quanto liberatoria: col suo lavoro è emigrata nel regno della finzione e scrive sulla mafia solamente in forma di romanzo. E’ un peccato, perché significa una sconfitta per la libertà di opinione e di stampa e perché verrà a mancare la caparbietà della Reski in questo ambito giornalistico. Ma è pure bello perché intanto ci sono tre avvincenti romanzi sulla procuratrice Serena Vitale. Lì ci sono più fatti veri sulla mafia di quanti ne potrebbero mai essere scritti in un giornale. Contro questi libri non ha sporto querela ancora nessuno.

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La libertà di stampa non è una parola. E’ un atto

Mittwoch, 19. April 2017

Cari amici, per pagare le mie spese legali, sto facendo una colletta online: Sarei felice se poteste partecipare e condividere. Clicccate qui per arrivare al crowdfunding. Titolo: „La libertà di stampa non è una parola. E’ un atto“

Qui il testo per spiegare il senso della mia „colletta“:

Chi intende parlare di mafia in Germania deve pentirsene: “Colpirne uno per educarne cento”.

Col vostro sostegno contribuirete a far sì che la libertà di stampa in Germania non sia solo sulla carta – e a far sì che il tema “Mafia in Germania” non sia ancora un tabù.

“Chi scrive di mafia, lo fa a proprio rischio e pericolo”, mi ha detto una volta Alberto Spampinato, fratello di un giornalista siciliano assassinato dalla mafia.

Quanto è vero, ho pensato, quando la redazione del “Freitag” mi ha piantato in asso nella causa con un “imprenditore italiano di successo”, adducendo a motivo che le spese legali “per una piccola casa editrice come la nostra sono un peso considerevole” e mi ha anche diffamato pubblicamente.

Per i giornalisti freelance le spese legali sono di un peso gran lunga maggiore. E dal momento che anche il sindacato Verdi mi ha rifiutato l’assistenza, non mi rimane altro che sperare nel vostro sostegno. Perché qui non si tratta solo di me e del “mio caso“ – si tratta del fatto che in Germania ogni giornalista che viene querelato per via dei suoi articoli sulla mafia, inevitabilmente perde il processo.

La legge tedesca rende molto facile alla mafia querelare i giornalisti – e vincere anche questi processi. Con le spese processuali, le spese legali, le cause per risarcimento danni si costruisce uno scenario minaccioso teso a colpire giornalisti, autori, film-maker, case editrici ed emittenti radiotelevisive.

Col denaro raccolto vorrei pagare le spese legali e le spese processuali, il cui preciso ammontare potrò calcolare solo quando la controversia giudiziaria sarà risolta – comprese le altre cause notificatemi (tra l’altro per risarcimento danni). Alla fine farò naturalmente sapere a tutti i donatori l’esatto ammontare delle spese.

Se resterà qualcosa (speriamo!) lo devolverò a un’organizzazione antimafia – naturalmente renderò pubblico tutto questo. Con la vostra donazione non solo mi aiuterete a far fronte alle mie spese legali, ma promuoverete anche lo scambio di idee su un tema che merita l’attenzione di tutti.

Per saperne di più potete consultare il mio blog: www.petrareski.com

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Imparare dalla mafia significa imparare a tacere

Dienstag, 04. April 2017

grazie alla Frankfurter Allgemeine Zeitung in cui il giornalista Andreas Rossmann ha descritto il mio „caso“ mi sono ricreduta sul giornalismo. Analisi sobria non solo della querela degli imprenditori italiani di successo in Germania, ma anche dell’atteggiamento del caporedattore del giornale per il quale ho scritto il mio articolo: il „Freitag“ – uno noto per ostentare il suo grande impegno sociale.

  Imparare dalla mafia significa imparare a tacere

Una giornalista d’inchiesta viene intimidita e piantata in asso dal settimanale „Der Freitag“: il caso Petra Reski è per molteplici aspetti insolito.

di Andreas Rossmann

Chi scrive sulla mafia, lo fa “a proprio rischio e pericolo“, dice il giornalista italiano Alberto Spampinato. Questo siciliano sa di cosa parla: da quando suo fratello Giovanni nel 1972, all’epoca venticinquenne, e corrispondente dalla sua città natale Ragusa del quotidiano palermitano „L’Ora“, fu assassinato da Cosa Nostra, questo tema non gli dà pace. Nel 2009 ha pubblicato un libro su suo fratello, scritto in prima persona. L’anno prima Spampinato, che ha lavorato a lungo a Roma per l’agenzia di stampa Ansa, ha dato vita al progetto „Ossigeno per l’informazione“, una sorta di „Osservatorio sui diritti umani“ per i giornalisti. Dalla sua fondazione, „Ossigeno“ ha documentato un numero crescente di casi, e questo non solo nel Sud Italia: nel 2009 sono stati 91, nel 2016 più di quattrocento.

“A proprio rischio e pericolo“, riguarda anche il pericolo di vita. Negli ultimi trent’anni sono stati tredici in Italia i rappresentanti della stampa uccisi dalla mafia. E ciò significa a proprie spese: giornalisti sono stati minacciati, con gomme forate e bombe incendiarie o con richieste di risarcimento danni e diffamazioni, cose che, data la lentezza della giustizia, possono impegnare le forze fino a fiaccarle. Alcuni – come Roberto Saviano– sono sotto scorta, e questo non solo a Napoli, Caserta o Reggio Calabria. Ma Spampinato intende anche il pericolo per l’integrità: ostilità e intimidazioni devono ridurre al silenzio i giornalisti. Ne sa qualcosa anche Petra Reski, che, come autrice libera, indaga sulla mafia e della cui storia qui si parla.

Affari miliardari anche qui da noi in Germania.

Un mezzo legale per assicurarsi il silenzio, lo offre il diritto della personalità, che però per i tribunali italiani vale di meno in rapporto al pubblico interesse. Ciò stimola i media a svolgere il loro ruolo di guardiani e controllori. In Germania questo avviene solo occasionalmente, anche perché volentieri ci si comporta come se qui la mafia non fosse presente. Benché questa una volta si sia rivelata con assoluta evidenza, come nel 2007 a Duisburg, dove in una faida tra due Clan della ‘ndrangheta furono giustiziate sei persone, o due anni fa al Lago di Costanza, dove furono arrestati otto componenti dell’organizzazione calabrese, la polizia – e anche le notizie di stampa danno non di rado l’impressione che si tratti di “faccende interne” italiane.

Il BKA, il dipartimento federale d’investigazione criminale, tuttavia, ritiene che ci siano oltre cinquecento affiliati alla mafia in Germania e conosce gli affari miliardari con la droga – e il traffico di armi, con ditte prestanome e con il riciclaggio di danaro sporco. Ma gli strumenti giuridici non sono all’altezza, le azioni penali poco efficaci. La sola appartenenza alla mafia, diversamente che in Italia, non è un reato, e mentre in Germania le autorità devono dimostrare a un presunto mafioso, che i milioni che ha investito in immobili, li ha acquisiti illegalmente, in Italia è all’opposto: se il sospettato non può provare come è venuto in possesso del suo patrimonio, questo gli viene sequestrato.

Le conseguenze del suo lavoro coraggioso

Già nel 2013 il governo federale aveva annunciato l’inversione dell’onere della prova, tuttavia, fintantoché manca la riforma, la mafia ha gioco facile e la polizia si trova in difficoltà. In proporzione ai danni provocati all’economia e alla società civile, gli affari della mafia trovano scarsa attenzione. Le ricerche sono dispendiose e difficili, e sebbene l’obbligo da parte della stampa di riferire su un sospetto sia sancito giuridicamente, alcuni uffici stampa di tribunali pretendono dai giornalisti fatti probatori che vadano oltre gli indizi.

Petra Reski scrive di continuo ed è bene informata sulla mafia. Ha buoni contatti ed è bilingue, da più di vent’anni segue da Venezia gli sviluppi e gli intrecci nei due paesi. In articoli e libri, tra i quali „Mafia – di padrini, pizzerie e falsi preti“ (2008) (edizione italiana: Santa Mafia), la pubblicista, nata ad Unna nel 1958, fa luce sulle strutture di potere e le trame, fa capire i pericoli e si espone essa stessa al pericolo. Nei suoi lavori, opinioni e analisi si legano ad audacia e coraggio. Ma le conseguenze non si sono fatte attendere: azioni inibitorie e querele per diffamazione, pressioni, processi.

Un caso per molteplici aspetti insolito

„Chi scrive sulla mafia lo fa a proprio rischio e pericolo.“ La frase viene citata anche da Petra Reski in un articolo apparso il 17 marzo 2016 sul settimanale „Freitag“ col titolo „Ai boss piace il tedesco“ . In un’intera pagina ella descrive come la mafia ha potuto rapidamente e agevolmente prendere piede nella Germania dell’est, espone le difficoltà di raccontarne le attività e documenta alcune esperienze. Un anno dopo, quella frase ha coinvolto l’autrice in modo preoccupante. La querela al tribunale di Lipsia da parte di un uomo d’affari italiano, citato per nome nell’articolo, che vede lesi i suoi diritti della personalità, ha colpito la giornalista – finanziariamente, nel suo onore e nella sua esistenza. E’ probabile che il querelante mirasse anche principalmente proprio a questo, dato che il suo nome era già stato fatto in altri articoli di giornale su questa sentenza, e il provvedimento provvisorio l’ha richiesto inizialmente contro l’autrice. Solo dopo il „Freitag“ ha ricevuto un’ammonizione.

Il caso è insolito sotto molteplici aspetti, dal momento che, per il suo articolo, Petra Reski aveva preso lo spunto da una precedente sentenza, sempre del tribunale di Lipsia, a favore dello stesso uomo d’affari. […]

Neppure il tentativo di venire incontro all’autrice

Di questa sentenza pubblica Petra Reski ha riferito al „Freitag“. Il tribunale aveva considerato in un primo momento „assolutamente inammissibile“ l’istanza di adozione di un provvedimento provvisorio, come comunicò al querelante. Del resto era dubbio se i princìpi dell’obbligo da parte della stampa di riferire su un sospetto, princìpi che il querelante vedeva lesi, avrebbero trovato poi applicazione nel caso in oggetto. Ma poi il tribunale, che nei processi alla stampa è considerato particolarmente benevolo nei confronti dei querelanti, ha accettato l’istanza e ha accolto la querela: Petra Reski il 24 febbraio 2017 è stata condannata a tralasciare la divulgazione, e la sentenza è stata dichiarata provvisoriamente esecutiva contro una cauzione di 5000 Euro.

L’italiano, che a Erfurt gestisce una gelateria e un ristorante, aveva richiesto il procedimento il 28 giugno 2016, più di tre mesi dopo la pubblicazione. Alla giornalista, che vive a Venezia, poté essere recapitato solo nel novembre 2016. Nel settembre 2016 il querelante si rivolse anche al „Freitag.” E’ normale che un giornale che, con la decisione di stampare l’articolo, sta dietro l’autore, in caso di un conflitto giuridico si metta davanti a lui, si consigli con lui e lo difenda. Un sondaggio tra consulenti legali e avvocati dei media ha rivelato che nessuno ha sentito di un caso in cui non si sia agito così. Sì, anche se il giornale giunge in seguito a un’altra valutazione giuridica diversa da quella dell’autore, si assume di regola il rischio. Il „Freitag“ invece non ha assolutamente cercato di venire in aiuto alla sua autrice, anzi ha cancellato subito l’articolo dalla pagina di Internet senza discuterne prima con lei.

„Le redazioni non sono un’assicurazione di tutela legale “

„Le spese legali per una piccola casa editrice come la nostra sono un peso considerevole“, le ha spiegato la redattrice responsabile, con la quale più volte ha lavorato bene, ha detto Petra Reski al Frankfurter Allgemeine Zeitung. Si sente piantata in asso dal „Freitag“: „ Nessuno al ‚Freitag‘ sembra esserci arrivato a considerare che le spese legali per una piccola autrice come me, che ha guadagnato per l’articolo 321 euro lordi, sono un peso considerevole, se non addirittura maggiore.“ Invitato a una presa di posizione, Jakob Augstein, caporedattore del „Freitag“, ha detto al F.A.Z.: „Come giornale ci viene richiesto di confidare nel lavoro corretto dei nostri autori. Se inconsapevolmente stampiamo affermazioni che si rivelano insostenibili, dobbiamo garantire di non ripetere più tali affermazioni. E’ una prassi normale nel panorama dei media tedeschi e perfino giusta e importante in tempi contraddistinti da espressioni come ‚Fake News‘ e ‚Stampa bugiarda‘. “Al rimprovero rivoltogli per il mancato sostegno legale, ha replicato: „Le redazioni non sono un’assicurazione di tutela legale per le inchieste di scarsa qualità.“

Con ciò Augstein non solo accetta, senza verificarla, la decisione di Lipsia, ma discredita anche l’autrice dapprima apprezzata dal giornale, facendo sapere cosa può significare e costare una libera collaborazione al „Freitag“. Per Petra Reski questa esperienza può essere un incentivo in più a preferire di scrivere romanzi sulla mafia invece che articoli investigativi e saggi. Ad agosto uscirà per la Hoffmann e Campe il suo terzo romanzo sull’investigatrice di mafia Serena Vitale, „Con tutto l’amore“.

Già da tempo ci sono per lei buone ragioni per cambiare genere: a partire da quell’episodio del 2008 a Erfurt, quando a una sua conferenza, un italiano vestito elegantemente si alzò in piedi, difese chi aveva sporto querela contro il suo libro „Santa Mafia” e si congratulò ironicamente con l’autrice per il suo coraggio. „L’inibitoria pervenuta al mio indirizzo di Venezia“, così ella racconta, „contiene l’aggiunta del piano in cui abito, sebbene io non l’abbia mai indicato. Questo può saperlo solo chi è stato davanti alla mia porta.“

Petra Reski sa che cosa le vogliono dire con questo.

 

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Gli imprenditori italiani di successo in Germania

Mittwoch, 15. März 2017

Meno male che la mafia non esiste in Germania. Solo imprenditori italiani di successo.

Dopo l’uscita del mio libro “Santa Mafia” ho passato tre anni con processi – querelata da vari imprenditori italiani di successo, in particolare quelli di Duisburg e Erfurt. Le pagine di “Santa Mafia” sono state annerite su richiesta dei tribunali tedeschi. Nell’ultima udienza non sono più comparsa personalmente perché l’ho considerato troppo umiliante essere ripetutamente minacciata in una aula del tribunale senza che nessuno intervenisse.

Tuttavia, dal punto di vista della ricerca antropologica, l’esperienza mi è stata molto utile: Se comunque non posso fare nomi, perché vengo querelata subito, perché dunque dovrei quindi farmi ostacolare dai vincoli di un libro non-fiction? Allora ho deciso di scrivere sulla mafia solo in forma di romanzo.

In questo momento ho appena completato il terzo manoscritto per un nuovo romanzo sulla mafia. I protagonisti sono, come negli altri due romanzi: Serena Vitale, una donna magistrato anti-mafia con radici tedesche e il (per lo più) coraggioso giornalista investigativo tedesco Wolfgang W. Wieneke.

E gli imprenditori italiani di successo fanno tutto per fornirmi ulteriori ispirazioni: Mentre scrivevo l’ultimo libro, sono stata querelata di nuovo da un imprenditore di successo di Erfurt. Avevo fatto il suo nome in un articolo su una sentenza del tribunale di Lipsia contro la televisione tedesca MDR – in seguito del loro documentario sulla ‘Ndrangheta a Erfurt.

Pochi giorni fa, ho avuto la sentenza: Secondo il tribunale di Lipsia sono colpevole di aver violato i diritti della personalità dell’imprenditore di successo italiano.
Poiché nessuno legge il miei articoli sulla mafia in Germania e il mio blog più attento di alcuni imprenditori italiani di successo in Germania, particolarmente quelli di Duisburg ed Erfurt, è probabile che il mio blog debba proprio a loro il maggior numero dei click.
Più che la querela dagli imprenditori italiani di successo però mi ha stupito l’atteggiamento della redazione per la quale ho scritto l’articolo, il „Freitag“ – un giornale noto per ostentare il suo grande impegno sociale. Alla mia domanda se la querela era arrivata anche alla redazione, ho sentito solo un „Oops – no, non abbiamo ricevuto niente qui, per quanto ne so“.

Poi hanno fatto scena muta. Nessuno della redazione mi ha chiesto se potessero darmi una mano, magari il sostegno di un avvocato – niente. Anzi, in obbedienza preventiva, il mio articolo online veniva cancellato già prima del processo. „Un peccato, sì, ma le spese legali sono per una piccola casa editrice come la nostra un bel peso“, mi facevano sapere.
Il fatto che le spese legali per una piccola scrittrice come me potrebbero significare forse un considerevole, se non un maggiore peso (ho incassato per l’articolo in tutto 321 euro), nessuno sembra esserselo chiesto.

Non mi sarei aspettata una reazione del genere – né che avrebbero cancellato il mio articolo in obbedienza preventiva, né che si sarebbero inchinarti già prima del processo – per non parlare di etica giornalistica.

Poco dopo di che mi è stato consegnato la querela, ho scritto una lunga mail al caporedattore Jakob Augstein – a sua volta erede del fondatore dello SPIEGEL. E lui, che di solito si esprime su tutti i possibili temi su tutti possibili canali – dalla A come „armi nucleari in Germania“ fino a Z come „zero speranze per i bambini del terzo mondo“ – stava zitto. Nessuno ha risposto. Poi ho capito il messaggio.

Mi sono ricordata una frase che mi ha detto una volta Alberto Spampinato, il fratello di un giornalista ucciso dalla mafia siciliana e fondatore di „Ossigeno per l’informazione„: „Chiunque scrive sulla mafia lo fa a  rischio e pericolo.“ Lo intendeva letteralmente. Perché con „a proprio rischio“ intendeva non solo pericolo per la vita, ma anche per l’integrità. Senza la viltà di molti e senza le bocche chiuse dei suoi simpatizzanti la mafia sarebbe stata sconfitta già molto tempo fa.

La querela mi è stato consegnata al mio indirizzo veneziano. Il quale si può conoscere magari facilmente tramite fonti disposti – ma non il piano in cui abito. Il piano lo può conoscere solo chi è stato in piedi davanti alla mia porta.

Sono piccole sottigliezze che si possono solo apprezzare quando si scrive di mafia “a proprio rischio”.

Comunque un’ottima fonte di ispirazione per i miei romanzi futuri.

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Postfaktische Funksignale (Populismus 1)

Samstag, 31. Dezember 2016

Eins muss ich noch loswerden, bevor sich das Jahr zu Ende neigt. Die Geschichte mit dem „Populismus“, dem „Postfaktischen“ und dem „Narrativ“, aargh.

(Gott sei Dank bin ich mit meiner Narrativ-Allergie nicht allein, Hermann Unterstöger hat auch etwas gegen den Narrativ und so) Also: Der Narrativ ist eine Hülse, ein Scheißdreck – würde jetzt an dieser Stelle der von mir sehr geschätzte, in seiner Branche aber unbeliebte und auch unterbezahlte Wolfgang W. Wieneke sagen. Und wo der Narrativ ist, darf der  „Populismus“ nicht fehlen- meist in Zwangskoppelung mit dem „Postfaktischen“. Zuletzt heute morgen in der Repubblica. Gerne auch in der Kombination des „postfaktischen Narrativs des Populismus“.

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In Italien wabert der Populismus-Vorwurf schon lange herum: Nicht erst seit Beppe Grillo die Fünfsterne-Bewegung gründete, wird die Populismuskeule hier nahezu täglich geschwungen – immer jedoch gegen diejenigen, die gerade nicht mitspielen dürfen, wenn es um die Macht geht. Was einmal die Lega war, dann die sogenannten girotondisti (die „Ringelreihen“ genannten Demonstrationen gegen Berlusconi), später die Partei des ehemaligen Staatsanwalts Antonio Di Pietro, die extreme Linke und eben jetzt die Fünfsterne-Bewegung. (Wenn jemand wie Berlusconi der Fünfsterne-Bewegung vorwirft populistisch zu sein, ist das ungefähr so, als würde ein Fleischesser einem Vegetarier vorwerfen, Salatblätter zu ermorden)

Aber in den letzten Monaten hat der Populismus-Vorwurf eine kometengleiche Karriere auch außerhalb von Italien hingelegt, nach Trump&Brexit und den Erfolgen der AfD schwingt auch die deutsche Presse die Populismuskeule. In den Jahresrückblicken der Tageszeitungen fehlt er ebensowenig wie in den Vorausschauen in das neue Jahr und in den Prognosen der Zukunftsforscher. Und dann das schöne Wort „postfaktisch“, haha, auf Italienisch „post-verità“, auf Englisch „post-truth“, und sogar in Frankreich ist die postfaktische Ära mit der „Ère post-factuelle“ angebrochen. (Hier übrigens ein sehr interessanter, tendenziöser, wie ich finde französischer Wikipedia-Eintrag dazu). Nachdem post-truth vom Oxford Dictionary zum Wort des Jahres ernannt wurde, wollten die Deutschen nicht nachstehen, zumal Angela Merkel es doch selbst gebraucht hatte: „Es heißt ja neuerdings, wir lebten in postfaktischen Zeiten. Das soll wohl heißen, die Menschen interessieren sich nicht mehr für Fakten, sie folgen allein den Gefühlen.“

Ich hatte mal einen französischen Freund, der jeden Deutschen, der bei Rot an der Fußgängerampel stehen blieb, als Faschisten bezeichnete. Das war damals so, in den Achtzigerjahren, da war alles irgendwie fascho (un peu facho), was nicht links war. Fiel mir wieder ein, als ich neulich im ZDF den Film „Die Wutbürger – Europa und die Populisten“ sah (leider nicht mehr online). (mehr …)

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Von Klugscheißern und Wunderkackern

Samstag, 17. Dezember 2016

Unten im Bild: die römische Bürgermeisterin Virginia Raggi, der folgender Satz in den Mund gelegt wird: „Ich will jetzt sofort innerhalb der nächsten drei Stunden fünf Stadträte, gegen die nicht ermittelt wird. Wenn nicht, werde ich alle 15 Minuten eine Geisel umbringen.

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Das Schöne in Italien ist: Man langweilt sich nie. So auch jetzt. Und weil ich vermute, dass meine geschätzten Korrespondenten-Kollegen sich die Gelegenheit nicht entgehen lassen werden, mal wieder gegen die Fünfsterne-Bewegung im Allgemeinen, und gegen die römische Bürgermeisterin Virginia Raggi im Besonderen zu schäumen (in gewohnter Copy&Paste-Manier – und falls ich jetzt, undifferenziert, wie es meine Art ist, jemanden beleidigt haben sollte, also einen von den redlichen, aufrechten, gegen die stromlinienförmige Italien-Berichterstattung tapfer ankraulenden Kollegen, dann möge er mir bitte seinen differenzierten Beitrag, falls ich ihn überlesen haben sollte, zukommen lassen: Ich verspreche ihm eine Kerze anzuzünden, in der Chiesa des Campo Santo Stefano.)

Erst mal kurz eine Vorbemerkung: Wir reden hier von Rom – einer Stadt, die dreißig Jahre lang von Neofaschisten und von der PD regiert wurde – vor allem aber von Mafiaclans und Baulöwen, die sich Bürgermeisterin Virginia Raggi mit ihrer Weigerung, Rom für die olympischen Spiele aufzustellen, zum Feind gemacht hat. Und seitdem Virginia Raggi den Vatikan zur Kasse gebeten hat, der zum ersten Mal in seiner Geschichte Grundsteuern auf seine unzähligen Immobilien zahlen soll, verscherzte sie sich auch schlagartig die Sympathien des Kirchenstaats.

Denn ohne etwas Hintergrundinformation können meine deutschen Freunde natürlich kein Fitzelchen von dem Mysterienspiel verstehen, das gerade in den italienischen Kommentarspalten von Facebook&Twitter&etc.pp. aufgeführt wird: Gestern wurde in Rom der städtische Beamte Raffaele Marra, stellvertretender Personalchef der Bürgermeisterin Virginia Raggi, wegen Korruption verhaftet: Vor drei Jahren soll er Schmiergelder von einem (jetzt ebenfalls verhafteten) Bauunternehmer kassiert haben. Marra ist ein ehemaliger Finanzbeamter, der seit zehn Jahren im römischen Rathaus arbeitet: nicht nur unter Raggis Vorgänger Marino, sondern auch und vor allem unter dem einstigen neofaschistischen Bürgermeister Alemanno, der gegenwärtig im Zusammenhang mit „Mafiacapitale“ in Rom vor Gericht steht, sowie an der Seite der ehemaligen Regionalpräsidentin (und Skandalnudel) der Region Lazio Renata Polverini. (mehr …)

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Viva l’Italia

Montag, 05. Dezember 2016

Also es war so: Getreu der italienischen Lebensweisheit “Nimm das Schlechteste an, und du liegst richtig” (cit. Andreotti – oft auch in der Variation “Schlecht zu denken ist Sünde, trifft aber zu”) übte ich meinen bewährten Zweckpessimismus – ungeachtet des Horoskops der Woche der Umfrageergebnisse, in denen das “No”, seit Monaten vorne lag. Weshalb ich, die im Unterschied zum Italiener an meiner Seite, kein Fernsehen schaute, sondern auf dem Sofa lag, den Roman meiner Freundin Rosemarie Bus las („Eisige Engel„), und es nicht fassen konnte, als der Italiener an meiner Seite sagte: „Schau mal“, und ich sah, dass das „NO“ zur Verfassungsreform fast zwanzig Prozentpunkte vor dem „SÌ“ lag.

Was soll ich sagen? Grande!

Ein toller Tag für Italien, für alle, die ihre Energien dafür eingesetzt haben (unentgeltlich, im Unterschied zur Propaganda für das „Sì“, die mit den Steuergeldern der Italiener bezahlt wurde): Juristen, Intellektuelle, Künstler wie Gianna Nannini – und, nicht zu vergessen: Sekretärinnen, Hausfrauen, Schüler, die per Fahrrad Flugblätter für das „No“ verteilt haben: Ihnen allen ist dieser Sieg zu verdanken.

Renzi wurde in der EU überschätzt:  In Verkennung der italienischen Innenpolitik wurde er zum „Anti-Berlusconi“ hochgejazzt, obwohl er nichts anderes wollte, als Berlusconis Politik mit jungen, frischen und unbelasteten Gesichtern durchzusetzen.

Der Ausgang des Referendums ist nicht nur eine Niederlage für Renzi, sondern auch für all die deutschen Politiker (Merkel, Schäuble, De Maizière etc.pp), die ohne Not in beschämender Weise den Italienern Tipps gaben, wie Sie abzustimmen hätten. Ganz zu schweigen von dem Trauerspiel der deutschen Presse, die sich bereitwillig vor Renzis Karren spannen ließ.

Einerseits. Andererseits ist der Ausgang des Referendums ein Beweis dafür, dass die italienische Demokratie so schnell nicht totzukriegen ist, und darauf bin ich stolz.

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Saluti dalla pronipote

Sonntag, 27. November 2016

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A dire il vero, mi sento un po‘ troppo giovane per essere una pronipote di Goethe, ma mi sento onorata! Grazie, grazie, grazie.

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Il travaso di potere dai cittadini alle oligarchie di partito #IoVotoNo

Freitag, 25. November 2016

Da leggere – per chi ancora non sa perché deve votare NO. Il procuratore generale di Palermo spiega che la riforma costituzionale non è altro che „il travaso di potere dai cittadini alle oligarchie di partito“

Con la riforma si introduce una Costituzione alternativa e antagonista
di Roberto Scarpinato*

Il mio dissenso nei confronti della riforma costituzionale è dovuto a vari motivi che, per ragioni di tempo, potrò esplicare solo in piccola parte.
In primo luogo perché questa riforma non è affatto una revisione della Costituzione vigente, cioè un aggiustamento di alcuni meccanismi della macchina statale per renderla più funzionale, ma con i suoi 47 articoli su 139 introduce una diversa Costituzione, alternativa e antagonista nel suo disegno globale a quella vigente, mutando in profondità l’organizzazione dello Stato, i rapporti tra i poteri ed il rapporto tra il potere ed i cittadini.
Una diversa Costituzione che modificando il modo in cui il potere è organizzato, ha inevitabili e rilevanti ricadute sui diritti politici e sociali dei cittadini, garantiti nella prima parte della Costituzione.

Basti considerare che, ad esempio, la riforma abroga l’articolo 58 della Costituzione vigente che sancisce il diritto dei cittadini di eleggere i senatori, e con ciò stesso svuota di contenuto l’art. 1 della Costituzione, norma cardine del sistema democratico che stabilisce che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Nella diversa organizzazione del potere prevista dalla riforma, questo potere sovrano fondamentale per la vita democratica, viene tolto ai cittadini e attributo alle oligarchie di partito che controllano i consigli regionali.

Poiché, come diceva Hegel, il demonio si cela nel dettaglio, questo dettaglio – se così vogliamo impropriamente definirlo – racchiude in sè e disvela l’animus oligarchico e antipopolare che – a mio parere – attraversa sottotraccia tutta la riforma costituzionale, celandosi nei meandri di articoli la cui comprensione sfugge al cittadino medio, cioè a dire alla generalità dei cittadini che il 4 dicembre saranno chiamati a votare.

I fautori della riforma focalizzano l’attenzione e il dibattito pubblico sulla necessità di ridimensionare i poteri del Senato eliminando il bicameralismo paritario, questione sulla quale si può concordate in linea di principio, ma glissano su un punto essenziale: Perché pur riformando il Senato avete ritenuto indispensabile espropriare i cittadini del diritto-potere di eleggere i senatori? Il bicameralismo così come lo volete riformare non poteva funzionare altrettanto bene lasciando intatto il diritto costituzionale dei cittadini di eleggere i senatori?
Perché questo specifico punto della riforma è stato ritenuto tanto essenziale da determinare addirittura l’epurazione dalla Commissione affari costituzionali dei senatori del Pd – Corradino Mineo e Vannino Chiti – che si battevano per mantenere in vita il diritto dei cittadini di eleggere i senatori?
Forse uno degli obiettivi che si volevano perseguire, ma che non possono essere esplicitati alla pubblica opinione, era proprio quello di restringere gli spazi di partecipazione democratica e di estromettere il popolo dalla macchina dello Stato?

Dunque secondo voi la ricetta migliore per curare la crisi della democrazia e della rappresentanza, è quella di restringere ancor di più gli spazi di democrazia e di rappresentanza?
Questo travaso di potere dai cittadini alle oligarchie di partito non riguarda solo il Senato, ma anche la Camera dei Deputati e viene realizzato mediante sofisticati meccanismi che sfuggono alla comprensione del cittadino medio.
La nuova legge elettorale nota come l’Italicum, che costituisce una delle chiavi di volta della riforma, attribuisce infatti ai capi partito e ai loro entourage il potere di nominare ben cento deputati della Camera, imponendoli dall’alto senza il voto popolare.
Questo risultato viene conseguito mediante il sistema dei capilista bloccati inseriti di autorità nelle liste elettorali presentate nei 100 collegi nei quali si suddivide il paese, e che vengono eletti automaticamente con i voti riportati dalla lista, senza che nessun elettore li abbia indicati. Gli elettori potranno esprimere un voto di preferenza per un altro candidato oltre il capo lista, ma i voti di preferenza così espressi saranno presi in considerazione solo se lista da loro votata avrà ottenuto più di cento deputati in campo nazionale, perché i primi cento posti sono bloccati per le persone „nominate“ dai gruppi dirigenti del partito in base a particolari vincoli di fedeltà.
Così per formulare un esempio, se una lista ottiene un totale nazionale di voti pari a 100 deputati, nessuno dei candidati scelti dagli elettori dal 101 in poi con il voto di preferenza potrà essere eletto alla Camera, perché tutti i posti disponibili sono stati esauriti.
Ora poiché il premio di maggioranza previsto dall’Italicum attribuisce al partito vincitore delle elezioni 340 deputati su 630, tutti i partiti della minoranza potranno portare alla Camera nel loro insieme complessivamente 290 deputati, e, quindi, ciascuno solo una quota di deputati intorno a 100 o ad un sottomultiplo di cento.
Il che significa che entreranno alla Camera per le minoranze solo i capilista bloccati, nominati dai capi partiti. Nessuno o quasi dei candidati scelti dagli elettori oltre i cento con i voti di preferenza, farà ingresso in Parlamento.
Ne consegue che ben due terzi dei cittadini italiani votanti, tanti quanti sono rappresentati dalla somma dei partiti della minoranza nell’attuale panorama tripolare nazionale, saranno di fatto privati del diritto di scegliere i propri rappresentanti alla Camera.

Se questa è la sorte riservata ai cittadini elettori delle minoranze, è interessante notare come il congegno dei cento capilista bloccati, unito ad altri, consegua poi l’ulteriore risultato antidemocratico di determinare una distorsione della rappresentanza parlamentare anche nel partito di maggioranza, e di realizzare una sostanziale abolizione della separazione dei poteri tra legislativo ed esecutivo.

Per spiegare come ciò verifichi, occorre comprendere come opera il combinato disposto della riforma e dell’Italicum.
L’articolo 2 comma 8 dell’Italicum stabilisce: „I partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e il cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica“. In questo modo il voto per la forza politica „che si candida a governare“ è anche il voto per il „capo della forza politica“ che si candida a divenire il capo del governo, in contrasto con l’art. 92 della Costituzione, rimasto inalterato, che ne affida la nomina al Presidente della Repubblica sulla base delle indicazioni dei gruppi parlamentari. Come è stato osservato, sarà ben difficile non solo la nomina di una persona diversa, ma perfino la sfiducia, destinata inevitabilmente a provocare lo scioglimento della Camera.

Ciò posto, tenuto conto che, come accennato, 1’Italicum attribuisce alla medesima oligarchia di partito che esprime il leader della forza politica candidato a capo del governo, la possibilità di nominare cento deputati della Camera, è evidente che tale gruppo oligarchico nominerà capilista, e quindi deputati ipso facto, tutti i componenti del gruppo ed i fedelissimi del leader. Si tratta di un numero di deputati che già di per sè attribuisce al futuro capo del governo la Golden share per il controllo della maggioranza alla Camera dei deputati, perché equivale a circa un terzo dei deputati eleggibili dal partito. Qualunque studioso di diritto societario sa bene che l’amministratore delegato di una azienda che detiene un terzo della quota azionaria, è in grado di controllare l’intera azienda. Ma non finisce qui. Il leader futuro capo del governo ed il suo entourage dopo avere nominato 100 deputati, tanti quanti sono i collegi elettorali del paese, sono gli stessi che formano la lista degli altri candidati non bloccati, per i quali gli elettori hanno la possibilità di esprimere una preferenza o due a condizione che si votino candidati di sesso diverso.

La riforma costituzionale non prevede alcuna norma che imponga (così come, ad esempio, l’art. 21 della Costituzione tedesca) che l’ordinamento interno dei partiti debba essere conforme ai principi fondamentali della democrazia e che garantisca, di conseguenza, una selezione democratica dei candidati da inserire nelle liste elettorali. Dunque la stessa oligarchia partitica che elegge se stessa con il sistema dei 100 capilista bloccati, ha la possibilità di cooptare, inserendoli nella lista dei candidati votabili, solo personaggi ritenuti affidabili e obbedienti, escludendo dalla lista gli indipendenti e gli esponenti delle opposizioni interne, oppure relegandoli in posizioni marginali.

Ma non finisce qui. L’Italicum ha in serbo un altro congegno a disposizione delle oligarchie di partito per selezionare persone da cooptare nella maggioranza parlamentare del futuro capo del governo. Si tratta della possibilità di candidare la stessa persona in ben dieci diversi collegi contemporaneamente. Il candidato eletto in più collegi deve scegliere il collegio che preferisce. In quello in cui rinuncia, al suo posto viene eletto il candidato che ha ottenuto più voti di preferenza dopo di lui. Il gruppo oligarchico che esprime il leader futuro capo del governo ha in questo modo la possibilità di neutralizzare eventuali candidati espressi dai territori e ritenuti non affidabili, stabilendo che il candidato eletto in più circoscrizioni e fedele alla leadership, scelga la circoscrizione nella quale altrimenti al suo posto verrebbe eletto il candidato non gradito, che viene così escluso dalla Camera.

Grazie a questi congegni elettorali, Io stesso gruppo oligarchico che designa come capo del Governo il capo del partito di maggioranza, acquisisce la possibilità di controllare contemporaneamente sia il Governo che la Camera dei deputati.

Si realizza così un continuum tra Camera dei deputati e Governo espressione entrambi dello stesso gruppo oligarchico che abolisce di fatto la separazione dei poteri tra legislativo ed esecutivo, e la Camera si trasforma da organo espressione della sovranità popolare che controlla il governo dando e revocando la fiducia, in Camera di ratifica delle iniziative legislative promosse dal Capo del Governo, il quale è allo stesso tempo capo del partito di maggioranza.

Il capo del Governo/capopartito oltre ad avere una supremazia di fatto sulla Camera nei modi accennati, ha anche una supremazia istituzionale in quanto la riforma gli attribuisce il potere di dettare l’agenda dei lavori parlamentari con il meccanismo delle leggi dichiarate dal Governo di urgenza che devono essere approvate entro 70 giorni.
Interessante notare che la stessa corsia preferenziale non è prevista per le leggi di iniziativa parlamentare, così che il governo è in grado di colonizzare ancor di più l’attività legislativa del parlamento.

Alla sostanziale desovranizzazione del popolo, alla disattivazione della separazione tra potere esecutivo e potere legislativo e, quindi, del ruolo di controllo di quest’ultimo sul primo, si somma poi la disattivazione del ruolo delle minoranze che, sempre grazie all’Italicum, sono condannate per tutta la legislatura alla più totale impotenza, avendo a disposizione in totale solo 290 deputati rispetto ai 340 della maggioranza governativa.
E ciò nonostante che nell’attuale panorama politico multipolare, le minoranze siano in realtà la maggioranza reale nel paese, assommando i voti di due terzi dei votanti a fronte del residuo terzo circa, ottenuto dal partito del capo del governo.

Grazie alla lampada di Aladino del combinato disposto della riforma costituzionale e dell’Italicum, un ristretto gruppo oligarchico autoreferenziale in grado di auto cooptarsi prescindendo in buona misura nei modi accennati dai voti di preferenza espressi da una minoranza del paese, pari a circa un terzo dei votanti, che lo porta al potere, è in grado di divenire il gestore oligopolistico delle leve strategiche dello stato, cioè della Camera e del Governo.
Azionando sinergicamente tali leve, il gruppo nell’assenza di ogni valido contro bilanciamento è in grado di esercitare un potere politico-istituzionale di supremazia sugli apparati istituzionali nei quali si articola lo stato: dalla Rai, alle Partecipate pubbliche, agli enti pubblici economici, alle varie Authority, ai vertici delle Forze di Polizia, dei Servizi segreti, e via elencando. Si pongono così le premesse per realizzare uno spoil system generalizzato, finalizzato a garantire l’autoriproduzione del gruppo oligarchico mediante la nomina ai vertici degli apparati che contano solo persone di provata consonanza politica e fedeltà.

Tramite questi e molti altri sofisticati meccanismi che per ragioni di tempo non posso spiegare, si pongono così a mio parere le premesse per una transizione occulta da un repubblica parlamentare imperniata sulla sovranità popolare, sulla centralità del Parlamento e sulla separazione dei poteri, ad un regime oligarchico nel quale il potere reale si concentra nelle mani di una oligarchia che occupa il cuore nevralgico dello stato.

Per giustificare la sostituzione della Costituzione vigente con una nuova Costituzione, i promotori della riforma si sono appellati ad argomenti che si rivelano non ancorati alla realtà e che, proprio per questo motivo, suscitano, a mio parere, serie perplessità, giacché se le ragioni della riforma dichiarate non sono radicate nella realtà, se ne deve dedurre che vi sono altre ragioni che non si ritiene politicamente pagante esplicitare.

Si sostiene infatti che questa riforma sarebbe finalizzata a tagliare i costi della politica e sarebbe necessaria ed urgente per risolvere i problemi del paese. Quanto all’inconsistenza del primo argomento – cioè lo scopo di tagliare i costi della politica – non ritengo di dovermi soffermare. La Ragioneria dello Stato in una relazione trasmessa al Ministro per le riforme in data 28 ottobre 2014 ha stimato il risparmio di spesa conseguente alla riforma del Senato pari a 57,7 milioni di curo, una cifra ridicola rispetto al bilancio statale, e che potrebbe essere risparmiata in mille altri modi con leggi ordinarie senza alcuna necessità di stravolgere la Costituzione. Per esempio tagliando i costi della corruzione, i costi della evasione fiscale, invece di tagliare la democrazia.

Il secondo argomento dei sostenitori del Sì è – come accennavo – che la riforma è necessaria ed urgente per risolvere i problemi del paese, in quanto il bicameralismo paritario determina un patologico rallentamento del processo legislativo, ed in quanto l’attuale assetto costituzionale impedisce una governabilità del paese agile, flessibile, necessaria per reggere le sfide della globalizzazione.
Se questo è lo scopo dichiarato, non risulta che siano stati indicati dai fautori del Sì i problemi del paese che sarebbero stati causati in passato dalla farraginosità dei meccanismi istituzionali previsti dalla Costituzione vigente e che, invece, troverebbero immediata soluzione con la riforma della Costituzione.
Forse la completa assenza di una politica industriale che perdura da oltre un quarto di secolo e a causa della quale dal 2008 ad oggi sono passati al capitale straniero più di 500 marchi storici di tutti i settori strategici dell’industria nazionale?
Dall’elettronica, alle automobili, alle comunicazioni, agli elettrodomestici, alle ferrovie, all’aerospaziale, all’agroalimentare, alla moda, l’elenco dei marchi passati al capitale straniero dà la sensazione di una silenziosa Caporetto nazionale: Pirelli, Pininfarina, Indesit, Ansaldo Breda, Italcementi; Edison, Buitoni, Parmalat, Fendi, Bulgari, Gucci, Valentino, etc.
Forse la disoccupazione giovanile che raggiunge livelli record in ambito europeo e l‚emigrazione all’estero di centinaia di migliaia di giovani laureati che nel nostro paese non hanno alcun futuro?
Forse la gigantesca evasione fiscale (la terza del mondo dopo Messico e Turchia) con un mancato introito per le casse dello stato che mette in ginocchio l’erogazione dei servizi sociali?
Ciascuno può allungare a piacimento la lista dei gravi problemi nei quali versa il paese e che lo stanno avvitando in una spirale di declino che sembra senza fine, e stilare dal suo punto di vista una diversa gerarchia della gravità di tali problemi.
Ma pur nella diversità delle opzioni, un fatto è certo: nessuno di questi problemi è addebitabile al bicameralismo paritario e alla Costituzione del 1948. Una classe dirigente che si è rivelata inadeguata a reggere le sfide della complessità e che si è resa responsabile del declassamento economico e sociale del paese, ora tenta di scaricare le proprie responsabilità sul capro espiatorio di una Costituzione del 1948 che nulla ha da spartire con le cause della crisi economica.
Non basta. Gli uffici studi del Parlamento hanno documentato quanto sia priva di fondamento nella realtà la narrazione dei sostenitori del Sì secondo cui il bicameralismo paritario avrebbe enormemente dilatato i tempi di approvazione delle leggi a causa della navetta tra la Camera dei Deputati ed il Senato, quando una delle due camere apporta modifiche ai progetti di legge approvati dall’altra.

In questa legislatura sono state sino ad oggi approvate 250 leggi di cui ben 200, pari all’80%, senza navetta parlamentare e solo 50 pari al 20% con rinvio di una Camera all’altra, a seguito di modifiche. I tempi medi approvazione delle leggi sono i seguenti: ogni legge ordinaria viene approvata in media fra Camera e Senato in 53 giorni; ogni decreto viene convertito in legge dalle due Camere in 46 giorni; e ogni legge finanziaria passa, con la “doppia conforme”, in 88 giorni.
Se una legge si incaglia in parlamento non è per colpa del pur discutibile bicameralismo paritario: ma dei dissensi politici dentro le coalizioni di maggioranza. E‘ pur vero che vi sono leggi che invece sono state approvate in tempi molto lunghi. Ma se si approfondisce l’analisi si comprende bene che le ragioni di questi tempi lunghi non sono attribuibili al bicameralismo paritario, ma a ben altre ragioni di ordine politico non sempre commendevoli. La legge sulla corruzione, per esempio, ha ottenuto il via libera dal Parlamento dopo ben 1546 giorni.
Dunque ricapitolando le ragioni addotte dai sostenitori del Sì per sostenere la necessità di questa riforma non trovano riscontro nella realtà.
Possiamo concludere che non è affatto vero che esiste una crisi di governabilità del paese che è una concausa importante della grave crisi economica nella quale ristagniamo?
Non possiamo affatto sostenerlo.

Anzi dobbiamo ammettere che esiste certamente una reale grave crisi di governabilità che ha causato ed aggrava la crisi. Quel che merita riflessione, dal mio punto di vista, è che si addebita la crisi di governabilità alla Costituzione vigente e si tacciono invece alla pubblica opinione le vere cause strutturali di tale crisi di governabilità, che possono essere ignote al cittadino comune, che possono essere sconosciute ai tanti giuristi in buona fede che non conoscono quale sia il reale funzionamento della macchina del potere oggi, ma che, invece, non possono essere ignote a coloro che hanno ideato questa riforma.
Quali sono dunque le reali cause che ostacolano la governabilità nel nuovo scenario macro politico e macroeconomico venutosi a creare nella seconda repubblica per fattori nazionali e internazionali verificatisi dalla seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso?

La risposta a questa domanda presuppone che si abbia ben chiaro quali siano gli strumenti indispensabili per governare la politica economica di un paese e che sono essenzialmente tre. La potestà monetaria, cioè il potere di emettere moneta e obbligazioni di Stato. La potestà valutaria, cioè il potere di svalutare la moneta nazionale in modo da fare recuperare margini di competitività all’economia nazionale nei periodi di crisi. La potestà di bilancio, cioè il potere di finanziare il rilancio dell’economia mediante spesa pubblica in deficit, senza attenersi alla regola del pareggio tra entrate ed uscite. In assenza di questa fondamentale cassetta degli attrezzi, non è possibile governare la politica economica di un paese.
L’esempio più evidente si trae dall’esperienza degli strumenti messi in campo dall’amministrazione americana per gestire e superare la crisi sistemica verificatasi dopo l’esplosione della bolla dei mutui subprime.
L’amministrazione statunitense ha contemporaneamente azionato la leva della potestà monetaria autorizzando la Fed ad iniettare ogni mese 80 miliardi di liquidità nell’economia reale, la leva della sovranità valutaria svalutando il dollaro rispetto ad altre monete, la leva infine della potestà di bilancio, finanziando con il deficit di bilancio statale politiche di spesa per il rilancio dell’economia. Solo grazie a tali manovre, l’economia statunitense è uscita dal guado. Veniamo ora al nostro paese. Perché il governo italiano nello stesso periodo non ha azionato le stesse leve felicemente azionate dall’amministrazione statunitense? Forse perché ha commesso un errore di diagnosi? Perché ha ritenuto di dovere seguire un’altra strategia? No, semplicemente perché non ha potuto.
Non ha potuto perché le tre potestà fondamentali per gestire il governo dell’economia del sistema Italia – potestà monetaria, potestà valutaria, potestà di bilancio – non sono più azionabili dal governo italiano essendo state cedute ad organi sovranazionali: la Commissione europea e la Bce, componenti insieme al Fondo monetario internazionale della c.d. Troika, santuario del pensiero unico neoliberista.
In altri termini il governo non ha potuto azionare quelle leve per un deficit di governabilità nazionale determinato non dalla Costituzione del 1948, come sostengono i fautori del Sì, ma dai trattati europei firmati dal 1992 in poi. Il deficit di governabilità così venutosi a determinare è a sua volta il frutto di un grave deficit di democrazia. Infatti le leve fondamentali per governare la politica economica nazionale, non sono state cedute al Parlamento europeo o ad altro organo espressione della sovranità popolare, ma sono state cedute agli organi prima menzionati – la Commissione europea, la Bce (e per certi versi il Fondo monetario internazionale) – privi di legittimazione e rappresentanza democratica, disconnessi dalla sovranità popolare ma fortemente connessi invece ai grandi centri del potere economico e finanziario.

Connessione questa dimostrata in modo inequivocabile dalla biografia di tanti soggetti che in tali organi hanno rivestito e rivestono ruoli decisionali strategici e che provengono dalle strutture apicali delle più grandi banche di affari internazionali, o che a fine del loro mandato vengono assunti da tali banche e da potenti multinazionali come consulenti o top manager.

Non risponde a realtà dunque, come affermano i sostenitori del Sì, che la politica ha perduto il controllo sull’economia a causa dell’inefficienza delle procedure decisionali previste dall’attuale Costituzione che, dunque, sarebbe bene riformare votando Sì al prossimo referendum del 4 dicembre.
La politica, o meglio la democrazia, ha abdicato al suo ruolo, quando ha consegnato gli strumenti della sovranità a ristrette oligarchie arroccate in centri decisionali impermeabili alla volontà popolare, ma fortemente permeabili ai diktat dei mercati, o meglio alle potenze economiche che governano i mercati.
Una esemplificazione concreta e recente dei risultati di questa abdicazione della politica al potere economico e dei modi nei quali oggi viene gestito il potere reale si ricava dall’esame della lettera strettamente riservata che in data 5 agosto 2011, il Presidente della Bce inviò al Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, dettandogli una analitica agenda politica delle riforme che il governo ed il Parlamento italiano dovevano approvare, specificando anche i tempi e gli strumenti legislativi da adottare.
Dalla riforma della legislazione sul lavoro, alla riforma della contrattazione collettiva, alla riforma delle pensioni sino alle privatizzazioni e alla riforma della Costituzione, è una summa del pensiero e delle strategie neoliberiste.

E’ impressionante verificare a posteriori come quell’agenda politica sia stata puntualmente realizzata – dalla riforma Fornero sino al Jobs Act – dai tre governi che si sono susseguiti dal 2011 ad oggi, e da maggioranze parlamentari composte in larga misura da persone nominate da ristretti vertici di partito.

Quel che appare ancor più significativo è che in quella stessa lettera del 5 agosto 2011, il Presidente della Bce sollecitava anche una riforma della seconda parte della Costituzione che è stata realizzata nel 2012 nella indifferenza e nella inconsapevolezza della sua reale portata, della Opinione pubblica e del mondo dei giuristi.
Mi riferisco a quell’art. 81 della Costituzione che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio, norma di matrice culturale neoliberista.
Una norma che ha introdotto un vero e proprio cavallo di Troia all’interno della cittadella costituzionale, perché impedisce di finanziare in deficit politiche economiche espansive di tipo keinesiano per superare le fasi di crisi aumentando la spesa pubblica, ed impone quindi come unica soluzione alternativa obbligata il taglio della spesa pubblica ai servizi dello Stato sociale, determinando così l’impoverimento delle masse popolari, la riduzione della loro capacità di spesa, la caduta della domanda aggregata interna e l’avvitamento della spirale recessiva.
La vicenda in parola dimostra quanto siano infondate tutte le argomentazioni dei sostenitori del Sì secondo cui la Costituzione va riformata perché quella attuale rallenta l’iter legislativo e impedisce la governabilità.

Tutte le leggi indicate dalla BCE sono state approvate in tempi rapidissimi con un doppio passaggio parlamentare. La Salva-Italia di Monti e Fornero fu approvata in appena 16 giorni.La legge costituzionale sul pareggio di bilancio obbligatorio fu approvata addirittura in cinque mesi (con quattro votazioni Camera-Senato-Camera-Senato).
La vicenda esposta costituisce una concreta esemplificazione del reale modo di essere del potere oggi e di come oligarchie partitiche insediate al governo e in grado di controllare il parlamento, possano divenire la cinghia di trasmissione della volontà politica di centri decisionali esterni ai luoghi della rappresentanza popolare, attraverso itinerari informali che si sottraggono alla visibilità democratica.
Quella che ho appena esposto non è solo una vicenda del passato ma è una simulazione di come sarà esercitato il potere in futuro {se questa riforma costituzionale dovesse essere definitivamente approvata.

Non si tratta di un processo alle intenzioni, non si tratta di dietrologia.

Nella relazione che accompagna il disegno di legge di riforma costituzionale, si legge testualmente che questa riforma risolverà tutti i problemi del paese, rimediando: “l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea e alle relative stringenti regole di bilancio”, “le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale l’elevata conflittualità”.
In altri termini l’abrogazione del diritto dei cittadini di eleggere i senatori e, in buona misura, i deputati, nonché il travaso di potere dal Parlamento al Governo che costituiscono il cuore e il nerbo della riforma, vengono invocati per assicurare la migliore consonanza ai diktat della Commissione europea, della Bce e alle pretese dei mercati.
In nome della esigenza di una totale subordinazione della politica all’economia. Il migliore inequivocabile riscontro che questo sia il reale obiettivo della riforma costituzionale, viene dalla sua sponsorizzazione entusiastica da parte delle più potenti banche di affari internazionali e delle altre cattedrali della finanza internazionale che in questi ultimi mesi sono scese in campo con tutta la loro forza di pressione per sostenere il fronte del sì, e per intimidire gli indecisi minacciando sfracelli economici se la riforma dovesse essere bocciata dai cittadini il 4 dicembre. E mi pare meritevole di riflessione che queste finalità della riforma benché siano state dichiarate nella relazione che accompagna il disegno di legge di riforma costituzionale, non siano mai state utilizzate per sostenere le ragioni del Sì nel corso di tutta questa campagna referendaria.

Evidentemente i promotori politici della riforma ritengono controproducente proclamare a reti unificate che la riforma costituzionale risolverà tutti i problemi del paese, grazie alla fedele esecuzione delle indicazioni provenienti dalla governance europea.
l Riformatori affermano di essere proiettati nel futuro, ma a me sembra che con questa riforma si rischi di riportare indietro l’orologio della Storia all’epoca del primo Novecento quando prima dell’avvento della Costituzione del 1948, il potere politico era concentrato nelle mani di ristrette oligarchie, le stesse che detenevano il potere economico.
Era il tempo in cui lo Stato non godeva di alcuna considerazione perché era considerato un instrumentum regni nelle mani dei potenti e la legge, come insegnava Gaetano Salvemini, non godeva di alcun rispetto perché era percepita come la voce del padrone.

Quella triste stagione della storia è stata archiviata grazie alla Costituzione del 1948 che resta, oggi come ieri, l’ultima linea Maginot per la difesa della democrazia e dei diritti. Una Costituzione che nessuno ci ha regalato, che è costata lacrime e sangue, come ci ricorda Piero Calamandrei, uno dei padri della Costituzione del 1948, le cui parole pronunciate durante i lavori della Costituente nella seduta del 7 marzo 1947, sono da tenere bene a mente in questo delicato frangente della storia nel quale dovremo decidere sul futuro del paese, e mi sembrano le migliori per concludere il mio intervento: “Io mi domando, onorevoli colleghi, come i nostri posteri tra cento anni giudicheranno questa nostra Assemblea costituente… credo che i nostri posteri sentiranno più di noi, tra un secolo, che da questa nostra Costituente è nata veramente una nuova storia: e si immagineranno… che in questa nostra Assemblea, mentre si discuteva della nuova Costituzione Repubblicana, seduti su questi scranni non siamo stati noi, uomini effimeri i cui i nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato tutto un popolo di morti, di quei morti, che noi conosciamo ad uno ad uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, sui monti e nelle pianure, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti, da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci, fino ai giovinetti partigiani […] Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile: quella di morire, di testimoniare con la resistenza e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole: quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno: di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini, alleati a debellare il dolore. Assai poco, in verità, chiedono i nostri morti. Non dobbiamo tradirli”.

* Intervento al Seminario di studi sulla Riforma della Costituzione al Palazzo di Giustizia di Palermo il 22 novembre 2016

 

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Don Ciotti: „La mafia non è un mondo a parte.“

Donnerstag, 27. Oktober 2016

L’università di Augsburg mi ha chiesto di tenere la laudatio per Don Luigi Ciotti – al quale è stato conferito il 20 ottobre nella sala d’oro al municipio di Augsburg il premio „Mietek-Pemper per la riconciliazione e la comprensione tra i popoli“. Il premio porta il nome di un sopravissuto del campo di concentramento di Plaszów: Mietek Pemper è stato uno dei prigionieri che ha reso possibile la cosiddetta „lista di Schindler“, essendo stato il segretario ebreo di Amon Göth, il nazista comandante del campo di concentramento di Plaszów. Pemper era cittadino di onore di Augsburg.

Don Luigi Ciotti (Foto Peter Neidlinger)

Don Luigi Ciotti (Foto Peter Neidlinger)

Cari ospiti, Egregio Don Luigi Ciotti,

vorrei iniziare ricordando brevemente il mio primo incontro personale con Don Ciotti. Ero a Roma, dove l’organizzazione antimafia “Libera” aveva riunito gli Stati Generali dell’Antimafia, in un auditorium della città non lontano da Piazza S. Pietro.

Gli Stati Generali dell’Antimafia – l’espressione mi è piaciuta subito, era come se si riunisse un consesso di alti ufficiali scelti, pronti a far partire una rivoluzione; Stati Generali dell’Antimafia: un nome che suona battagliero, direi bellicoso – il nome giusto.

Sì perché l’Italia è un Paese in guerra. Una guerra che dura da oltre 70 anni. Una guerra della mafia contro i più deboli. Contro la dignità umana, contro l’autodeterminazione, contro la libertà. Una guerra combattuta non ad armi pari. La mafia lotta infatti con i suoi miliardi, con le bombe e i kalashnikov, con i parlamentari che approvano per lei riforme della giustizia, con imprenditori, grandi avvocati e cause di diffamazione. I loro avversari, per combattere, non hanno nient’altro che le mani.

Gli Stati generali dell’Antimafia che ho visto a Roma erano studenti con la barbetta a punta, donne incipriate che sembrava avessero appena finito di bere il caffè del pomeriggio, giornalisti con la gomma da masticare, giovani sacerdoti con il collarino ecclesiastico allentato, professori universitari con pantaloni di velluto marrone e ragazze dallo sguardo serio e con un piercing sul sopracciglio. Ottimisti militanti, che in Italia lavorano come volontari per le oltre 1600 associazioni di Libera: segretarie che rinunciano al proprio tempo libero per preparare incontri e letture di libri sulla mafia, registi che mettono in scena opere teatrali contro la mafia, studenti che organizzano marce di protesta via Facebook contro i parlamentari collusi e denunciano l’infiltrazione mafiosa nei consigli comunali. Ci sono anche ex mafiosi, pentiti che Don Ciotti assiste affinché non siano dimenticati dallo Stato, dopo aver consentito, grazie alle loro testimonianze, di avviare interi processi contro la mafia; affinché, dopo la fine della loro collaborazione con la giustizia, possano trovare una nuova identità.

Gli attivisti di Libera sono in tutta Italia e non solo nel meridione. Anche nei minuscoli villaggi del nord. Sono combattenti antimafia tutti riuniti nel foyer dell’auditorium, perché è il momento di ascoltare una ragazza, che sale sul palco indossando una luminosa sciarpa palestinese. Una ragazza che ha perso la mamma a Napoli, uccisa dalla camorra – una giovane madre, che si trovava in quella strada per caso, proprio lì, dove doveva essere ammazzato un boss. Una pallottola l’ha presa in pieno alla tempia, sua figlia, che allora aveva 10 anni, ha assistito dal balcone di casa al suo assassinio. La ragazza ora ha 17 anni e legge con voce ferma le parole di benvenuto del Presidente della Repubblica, che invita tutti a essere valorosi, coraggiosi.

E sento come qualcuno dietro di me si soffia il naso.

Nell’Auditorium siedono anche mogli e figli di poliziotti e magistrati assassinati, fratelli, sorelle e genitori delle vittime di mafia. Alcuni hanno pagato con la vita la lotta per la giustizia, altri si sono semplicemente trovati per caso nel momento sbagliato e nel posto sbagliato, lì dove è scoppiata una bomba, o colpiti da un tiro deviato durante una sparatoria, o ancora, testimoni oculari di una faida e per questo da eliminare.

È un popolo inconsolabile e furente che siede nella sala. Un popolo che vuole salvare i suoi morti dall’oblio, con pagine su Wikipedia, giorni della memoria, con fondazioni e gruppi Facebook. Fa bene non sentirsi soli. La mafia cerca sempre di isolare i suoi nemici, di screditarli, di beffarli, molti anche oltre alla morte.

Alla fine sul palco sale Don Ciotti, come sempre indossa un pullover blu scuro alla marinara, che gli conferisce l’aria di un prete della marina militare. Don Ciotti denuncia una società di disuguaglianza, condanna l’egoismo così duramente da far tremare i fiori sul palcoscenico e presenta una lista delle vittime di mafia. Dal 1893 fino ad oggi. Sottolinea, allo stesso tempo, che tutti questi magistrati, poliziotti, giornalisti, imprenditori, commercianti – tutte queste vittime innocenti della mafia non sono certo morte per avere una targa commemorativa o per essere ricordati in un corteo. “Sono morti con la speranza” dice “che altri insieme a loro e dopo di loro condividessero le stesse speranze di giustizia e s’impegnassero a realizzarle. Ecco noi siamo quegli altri“.

Don Luigi Ciotti fonda il movimento antimafia Libera nel 1995, per sottrarre terreno alla mafia – nel vero senso della parola. Libera gestisce infatti i beni confiscati alla mafia, realizzando così l’obiettivo del giudice Giovanni Falcone, assassinato nel 1992, che coniando la formula “Follow the money”, sosteneva già nel 1983 che gli arresti e le condanne non fossero sufficienti: senza adeguate indagini finanziare, la mafia non si può combattere. La mafia si colpisce solo se le si toglie quello che per lei ha più valore: i suoi possedimenti. E questo si riallaccia all’opera di Pio La Torre, sindacalista e politico, a cui si deve la prima legge italiana sulla confisca dei beni mafiosi – una legge che punisce l’appartenenza alla mafia e consente la confisca dei suoi possedimenti. La legge che porta il suo nome entra in vigore nel 1982, cinque mesi dopo che Pio La Torre veniva assassinato dalla mafia. Su ordine del boss Totò Riina.

“Ai mafiosi danno fastidio due cose: che vengano espropriati i beni illegitimi e che si risveglino le coscienze delle persone: una società consapevole dei suoi diritti e della sua responsabilità non si lascia ricattare dalla mafia. Il potere della mafia si basa non solo sulla complicità di alcuni bensì sull’indifferenza e sull’inattività di molti”, dice Don Ciotti.

E proprio per queste parole, il boss Totò Riina, dal carcere, ordina di ucciderlo. Durante l’ora d’aria, Riina viene intercettato quando dice a un altro mafioso: “Ciotti, Ciotti … è come Puglisi, lo potremmo anche ammazzare” – E l’altro replica: “Non preoccuparti, ci organizziamo”. Don Pino Puglisi era anche lui un sacerdote che aveva fatto un’enorme opera di sensibilizzazione in un quartiere di Palermo. Nel 1993, proprio a Palermo, viene ammazzato da Cosa Nostra.

Sì, la mafia è attaccata ai soldi. Non ha nient’altro. Non ha valori, non ha alcun fondamento ideologico. Per questo reagisce con stizza quando le viene sottratto il denaro, come Totò Riina che impazzisce all’idea che la sua casa a Corleone sia oggi gestita da Libera: la sua casa con i rubinetti d’oro, quella in cui oggi c’è una scuola di agricoltura e la sede della Guardia di Finanza.

Don Luigi Ciotti era già un uomo impegnato prima ancora di diventare sacerdote. E per dar voce a coloro che non l’avevano, fonda nel 1965 il “Gruppo Abele”, che aiuta tossicodipendenti, prostitute e criminali minorenni. Il nome “Gruppo Abele” è di per sé già programmatico. Si tratta di far conoscere la giustizia a vittime innocenti della violenza.

Nel 1972, Don Ciotti, a 27 anni,m è ordinato sacerdote – l’allora vescovo di Torino gli assegna come parrocchia la strada. Ancora oggi, Don Ciotti è un prete semplice, che ha rinunciato alla carriera ecclesiastica per lavorare nella sua parrocchia, la “strada”, in senso stretto e lato: nel periodo del terrorismo e degli anni di Piombo, Don Ciotti si prende persino cura di ex terroristi e fonda inoltre, negli anni ’80, LILA, la Lega italiana per la lotta contro l’Aids. Don Ciotti distribuisce preservativi quale metodo contraccettivo per non contrarre l’Aids. Per entrambe queste iniziative, Don Ciotti viene aspramente criticato da una parte del clero: dovrebbe preoccuparsi del benessere spirituale della comunità, non delle questioni sociali.

In Italia, infatti, non c’erano soltanto molti sacerdoti che hanno combattuto contro la mafia e per questo hanno pagato con la vita, come Padre Puglisi e Don Diana. C’erano anche preti, che tra le loro principali mansioni, annoverano la cura del benessere spirituale di alcuni boss mafiosi – alla fine, Cosa Nostra spera nella giustizia divina. A quella terrena, ci pensa da sola. I processi possono essere aggiustati, i giudici e i politici comprati.

Quando Nitto Santapaola, boss della famiglia mafiosa di Catania, viene arrestato, prima ancora che gli mettano le manette, afferra la Bibbia e la bacia. E quando il boss Michele Greco, soprannominato il Papa, durante il Maxiprocesso viene chiamato a rispondere per la morte di centinaia di persone, dice soltanto: “Io ho un dono inestimabile – la pace interiore”. Sul suo comodino, in cella, ci sono 4 libri con cui trascorre il tempo dell’ergastolo: il Vangelo, un breviario e due libri liturgici. Simile, la biblioteca del boss Totò Riina, che non dorme mai senza santini accanto al letto. E l’attaccamento alla Bibbia del boss Bernardo Provenzano è leggendario: quando, al termine dei suoi 42 anni 11 mesi e 2 giorni di latitanza, viene finalmente arrestato, i poliziotti trovano cinque Bibbie con alcuni foglietti e diversi passi sottolineati – Questi, come chiariscono gli inquirenti, non solo dimostravano quanto il boss fosse timorato di Dio, ma sono fondamentali per criptare i suoi messaggi: i pizzini, piccoli fogli di carta ripiegati che nell’era di internet, delle intercettazioni e dei controlli via satellite gli avevano consentito, fino a quel momento, di restare invisibile. Cosa Nostra decifrava i suoi biglietti con l’aiuto della parola di Dio. E poco fa si è celebrato il funerale di un boss in stile padrino a Roma. Sulla facciata della parrocchia di San Giovanni Bosco era appeso il ritratto a mezzo busto del defunto vestito come un clericale e caratterizzato con la scritta: „re di Roma“.

“Come religiosi, abbiamo naturalmente il compito di accogliere tutti, di non rifiutare nessuno – ma anche di fare le dovute differenze” – dice Don Ciotti – senza esimersi dal sottolineare che la mafia ha creato la propria idea di Dio. La fede dei boss è una fede senza etica – una fede per autoassolversi.

Don Ciotti ha il Papa dalla sua parte. Anche se Papa Francesco non è certo il primo che abbia condannato la mafia. Lo ha fatto Papa Giovanni Paolo II e anche Papa Benedetto. Papa Francesco però ha sottolineato chiaramente lo stretto rapporto tra mafia e corruzione, materiale e morale, quella che deruba di ogni speranza – in un sistema economico che, come Don Ciotti non si stanca mai di ripetere, ha perduto ogni etica e rapporto con il bene comune.

La lunga crisi economica in Italia ha arricchito la mafia. Molti imprenditori non vedevano una altra soluzione che rivolgersi a istituti di credito privati, dietro i quali si celavano usurai mafiosi. Don Ciotti lo ribadisce sempre: la mafia ha capito prima di tutti gli altri che la globalizzazione, l’ampliamento del cosiddetto mercato libero, significa essenzialmente trasformarsi un mercato privo di regole. La mafia ha preso a cuore questa causa e proprio grazie al libero mercato è riuscita a incrementare le sue ricchezze. Grazie al suo ruolo economico, influisce sull’andamento delle borse e controlla meccanismi finanziari complicati. Ne deriva un’enorme zona grigia, tra economia legale e illegale, ed è quasi impossibile fare una distinzione. O, come lo ha detto un magistrato antimafia di Palermo: “La mafia oggi è una componente strutturale del capitalismo finanziario“

È dal 2014 che l’Unione Europea ha stabilito che, per calcolare il Pil, il prodotto interno lordo degli Stati dell’Europa, bisogna inserire anche i fatturati dello stupefacente, della prostituzione e del contrabbando – ciò dimostra quanto l’economia legale si è avvicinata a quella illegale.

Il riciclaggio, sottolinea Don Ciotti, è l’anello di congiunzione tra la società e la criminalità, è il ponte che offre ai criminali l’opportunità di essere accolti dal sistema e di integrarsi, fino a sedere in commissioni di vigilanza, dove vengono prese importanti decisioni economiche, politiche e sociali.

Il riciclaggio è per la mafia lo strumento per entrare nella società, per decidere, per integrarsi.

Negli ultimi decenni stiamo assistendo non solo a una globalizzazione dell’economia ma anche a una globalizzazione della mafia. Nessun Paese le sfugge. In Italia vengono confiscati i beni – mentre la mafia rende suddita l’Europa, la colonizza.

E in questa sede desidero sottolineare la particolare responsabilità morale che spetta alla Germania. La Germania è un vero eldorado per i mafiosi. La mafia è presente qui da 40 anni. Ma da 40 anni, così come viene rivelata, così si dimentica.

Della Germania, la mafia apprezza la stabilità, il benessere e il fatto di essere sottovalutata. La mafia fornisce prostitute, cocaina, materiale pedopornografico, armi e manodopera a basso costo. Offre capitali di investimento per i servizi, fatture fasulle con cui “risparmiare” sulle tasse, smaltimento illegale di rifiuti tossici e – attraverso la violenza o la corruzione – il supporto per l’emissione di bandi pubblici o per il conseguimento di autorizzazioni amministrative.

L‘associazione mafiosa in Germania non è neppure reato come in Italia, dove la sola appartenenza a un clan è già perseguibile penalmente. E poiché l’associazione mafiosa in Germania praticamente non esiste, non esistono seppure sentenze in merito. Ne consegue che un altro strumento per la lotta alla mafia – ovvero la confisca dei beni, di fatto, in Germania, non c’è.

Grazie all’inversione dell’onere della prova, i mafiosi infatti non devono temere di dimostrare la provenienza dei soldi che riciclano qui in Germania. Quando un mafioso calabrese fu controllato dalla polizia tedesca, affermò che i 425.000 euro che aveva con sé erano per un amico. Nel momento in cui la polizia italiana propose una confisca preventiva del denaro, i colleghi tedeschi risposero che la confisca preventiva in Germania non è contemplata. Al contrario, in Italia, i beni possono essere confiscati in presenza del solo sospetto di associazione mafiosa.

Nella sua marcia trionfale nel mondo, la mafia non opera soltanto con violenza, brutalità, al contrario. Opera con i soldi e le belle parole.

Belle parole che si ritrovano non solo negli articoli, ma anche nei romanzi. Tanti giornalisti, scrittori e registi hanno trasformato la mafia in un fenomeno pop culturale. “Con la rappresentazione fittizia e romanzata, si alimenta il mito per cui sia la mafia (i cattivi) sia l’antimafia (i buoni) siano fenomeni lontani da noi, troppo distanti – che con noi non abbiano nulla a che fare”, dice Don Ciotti.

Don Ciotti sottolinea anche che rivelare i presunti segreti stessi della mafia non contribuisce di per sé a combatterla, al contrario. Naturalmente è importante comprenderne i riti, il codice, i simboli, ma se ci si focalizza soltanto su questi, ci si libera da un peso – si alimenta l’illusione che la mafia sia “altro”: un universo a sé e non, molto più, una parte della nostra realtà.

Ma la mafia non è un mondo a parte, tutt’altro.

Desidero concludere con le parole di una ragazza, suo padre e suo fratello mafiosi, dalla stessa mafia assassinati.

Rita Atria aveva 16 anni quando decise di raccontare alla giustizia tutto ciò che sapeva sulla mafia nel suo paese. Fu perciò ripudiata da sua madre e visse sotto falso nome a Roma. Quando il suo mentore, il giudice Paolo Borsellino, fu assassinato da Cosa Nostra, Rita si tolse la vita. Non aveva neppure 18 anni.

Nel suo diario scriveva: ““Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici; la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci”.

Congratulazioni Don Ciotti per questo premio e complimenti alla giuria per la sua scelta.

(Übersetzung: Lara Maroccini

Der Goldene Saal im Rathaus Augsburg (Foto Peter Neidlinder)

Der Goldene Saal im Rathaus Augsburg (Foto Peter Neidlinger)

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