Mit ‘Mafia in Germania’ getaggte Artikel

Davanti alla legge.

Samstag, 18. November 2017

Nel numero N° 47/2017 del settimanale DIE  ZEIT, Christof Siemes ha spiegato in maniera netta e comprensibile a tutti di cosa si tratta: Non della mia persona ma della libertà della stampa in Germania.

 


Davanti alla legge.

Perché la giornalista investigativa pluripremiata Petra Reski continua a scrivere sulla mafia solo in forma di romanzo.

di Christof Siemes

«Non ho paura della mafia, ma della viltà degli onesti», si dice in “Bei aller Liebe” (Con tutto l’amore), l’ultimo romanzo di Petra Reski sugli intrighi della mafia in Italia e in Germania. Ciò che nel libro mette in bocca a una procuratrice immaginaria, l’autrice insignita di premi potrebbe dirlo a buon diritto anche di sé stessa. Da anni in saggi, articoli di giornali (anche per die Zeit) e romanzi si occupa dei crimini di Cosa Nostra e co.; per un certo tempo ha potuto comparire in pubblico solo sotto protezione della polizia. Ma la maggior parte dei problemi per il suo lavoro meritorio li ha attualmente non con qualche losco figuro, ma con le finezze della giustizia tedesca e internazionale così come con un famoso editore di Berlino.

Due settimane fa il tribunale di Amburgo ha pronunciato l’ultima sentenza in una serie di processi nei quali Petra Reski è coinvolta da anni. Questa volta lei stessa aveva intentato un’azione legale – contro Jakob Augstein, erede dello Spiegel, editore e caporedattore del settimanale „Der Freitag“. A marzo 2016 vi era apparso l’articolo della Reski “Ai boss piace il tedesco”, nel quale, tra l’altro, scriveva di un processo che un uomo d’affari italiano di Erfurt aveva intentato con successo contro un documentario sulla mafia della rete televisiva MDR, nel quale egli si riteneva rappresentato come presunto affiliato alla mafia. Nel suo articolo la Reski faceva il nome del ristoratore – credendo si trattasse di lecita cronaca giudiziaria. Egli ha tuttavia querelato in un primo tempo la Reski personalmente per violazione dei suoi diritti della personalità, e successivamente il „Freitag“, che in seguito a ciò ha tolto l’articolo dalla sua pagina web e – contrariamente all’abitudine del mondo dei media – ha lasciato sola la sua autrice ad affrontare le scaramucce giudiziarie.

Augstein, sempre molto combattivo dalle sue colonne del suo Spiegel online, ha rifiutato alla giornalista investigativa indipendente Reski la difesa legale, e come se non bastasse, ha messo per principio in dubbio la serietà del suo lavoro in diversi tweet e prese di posizione. Lei ha sporto querela contro cinque di queste dichiarazioni, tre delle quali adesso Augstein non potrà più ripetere. Il danno però rimane: da un lato la Reski è costretta a sostenere la maggior parte delle spese legali, dall’altro Augstein può ad esempio, con riferimento all’autrice, continuare ad affermare che le redazioni «non sono un’assicurazione di tutela legale per inchieste di scarsa qualità». Anche se Petra Reski ricorrerà in appello contro la sentenza – quale giornalista oserà adesso scrivere un articolo sul tema mafia, se perfino noti editori temono il rischio inevitabilmente collegato a questo e alla minima contrarietà prendono le distanze dai loro autori?

Di diverso genere è il dilemma reso chiaro da una sentenza della corte di giustizia europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo. Questa volta si tratta del saggio di Petra Reski “ Santa Mafia” del 2008. Anche contro di esso aveva sporto querela un uomo d’affari italiano, che si vedeva ingiustamente indicato quale «presunto affiliato alla ‘Ndrangheta», la mafia calabrese.

Su un simile sospetto è lecito scrivere se questo può fondarsi su un «minimo di prove». Come tali la Reski nel suo libro citava tra l’altro rapporti interni della polizia criminale tedesca BKA; lungo i diversi gradi del processo ella ha inoltre addotto ulteriori atti, come pure dichiarazioni giurate di investigatori italiani. Il numero due della Procura nazionale  antimafia si è persino offerto egli stesso di testimoniare dinanzi a un tribunale tedesco sui coinvolgimenti del querelante.

Tutto questo materiale, però, non è stato accettato dalla giustizia tedesca quale fonte cosiddetta privilegiata. Una protesta presentata alla Corte Costituzionale Federale tedesca è stata respinta; la casa editrice della Reski Droemer Knaur (che, diversamente da Augstein, è rimasta fedele alla sua autrice nel processo che dura da anni) ha annerito i passi corrispondenti nel libro, ha pagato all’uomo d’affari 10.000 euro di risarcimento danni – e si è infine rivolta alla suprema corte europea. Qui adesso non si discute più il caso concreto; nel processo dell’editore della Reski contro la Repubblica Federale tedesca si tratta di una questione ben più importante: la giustizia tedesca con le sue sentenze ha violato in questa faccenda il diritto alla libertà d’espressione?

Sei dei sette giudici dicono di no. Come fonti di cronaca anche i giudici di Strasburgo accettano – come precedentemente i loro colleghi tedeschi – solo dichiarazioni di una procura inquirente accessibili al pubblico da parte o sentenze passate in giudicato. Ciò significa che i rapporti della polizia criminale tedesca BKA e altri documenti interni non sono pertanto sufficienti per poter scrivere articoli sul sospetto di intrighi mafiosi, facendo menzione di nomi veri.

Il pensiero che vi sta dietro è del tutto comprensibile: la tutela della personalità è un bene prezioso; un sospetto viene rapidamente messo in giro, e già un annuncio anonimo può portare alla stesura di un verbale da parte delle autorità inquirenti, che però non vale ancora automaticamente come fonte. Se si vogliono tuttavia sfruttare tali documenti interni – e senza di essi il giornalismo investigativo è assolutamente impossibile -, l’interessato, prima della pubblicazione del suo nome, deve essere messo a confronto con le informazioni e deve essere richiesto il suo parere. I giudici europei lo hanno ancora una volta espressamente sottolineato.

Nel caso di un servizio giornalistico sulla mafia, questo modo di amministrare la giustizia sembra però piuttosto lontano dalla realtà. Senza il sostegno di una grande redazione un’autrice indipendente deve andare incontro alla prevedibile smentita, così da venire fra non molto pedinata e minacciata, come è successo a Petra Reski? Una giudice della Corte di Giustizia europea, comunque, non ha voluto appoggiare questo primato assoluto della tutela della personalità davanti al diritto alla libertà di opinione. Forse è dovuto al fatto che Nona Tsotsoria proviene dalla Georgia, dove avrà fatto esperienza con le strutture mafiose. Nel suo voto divergente dal giudizio dei suoi colleghi considera i rapporti interni fonti del tutto ufficiali e deplora profondamente «questa inquietante distanza dalla comune interpretazione della giustizia».

In Italia, dove Petra Reski vive da decenni, la situazione della giustizia è diversa per via delle esperienze nella lotta antimafia in molti ambiti. Ad esempio lì è già configurazione di reato la semplice appartenenza alla mafia. Inoltre per evitare il riciclaggio di denaro sporco si è invertito l’onere della prova: chi investe grandi quantità di denaro contante deve essere in grado di dichiararne la provenienza – in Germania invece spetta alle autorità inquirenti dimostrare eventualmente che il denaro proviene da affari illeciti. Per quanto riguarda la cronaca, nella patria di Cosa Nostra è lecito citare, facendo i nomi, da tutte le fonti disponibili; queste comprendono anche i protocolli delle molte intercettazioni ambientali, che a questi livelli non verrebbero mai concesse in Germania, ma senza le quali la lotta antimafia è praticamente impossibile. (Che questa prassi abbia anche i suoi lati negativi e che nelle intercettazioni possano comparire persone completamente estranee, è indiscutibile.) Naturalmente anche in Italia presunti mafiosi sporgono querela contro articoli su di loro. Ma non le è noto un solo caso in cui un giornalista con fonti interne sia stato sconfitto dinanzi a un tribunale, dice Petra Reski.

Per potersi poi permettere di affrontare altre cause con Augstein e con l’uomo d’affari di successo di Erfurt, ha organizzato una colletta; 262 sostenitori hanno procurato in poco tempo 20.000 dollari. Ma perfino questi non basteranno se l’imprenditore italiano dovesse avere successo con la sua ultima richiesta di risarcimento danni: egli pretende 25.000 euro – più che sufficienti per chiudere definitivamente la bocca a una giornalista indipendente e a molti dei suoi colleghi insieme a lei. Il processo avrà luogo a febbraio.

Petra Reski ha tratto dalle querele una conclusione tanto inquietante quanto liberatoria: col suo lavoro è emigrata nel regno della finzione e scrive sulla mafia solamente in forma di romanzo. E’ un peccato, perché significa una sconfitta per la libertà di opinione e di stampa e perché verrà a mancare la caparbietà della Reski in questo ambito giornalistico. Ma è pure bello perché intanto ci sono tre avvincenti romanzi sulla procuratrice Serena Vitale. Lì ci sono più fatti veri sulla mafia di quanti ne potrebbero mai essere scritti in un giornale. Contro questi libri non ha sporto querela ancora nessuno.

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Und jetzt mal das Positive

Freitag, 17. November 2017

Christof Siemes hat in der  Zeit N° 47 / 2017 sehr klar und sehr verständlich dargelegt, worum es eigentlich geht: Nicht um mich, sondern um die Pressefreiheit in Deutschland. Hier ist der Artikel:

Vor dem Gesetz

Warum die preisgekrönte Investigativjournalistin Petra Reski über die Mafia nur noch in Romanform schreibt

VON CHRISTOF SIEMES

»Ich fürchte mich nicht vor der Mafia, sondern vor der Feigheit der Anständigen«, heißt es in Bei aller Liebe, Petra Reskis jüngstem Roman über die Umtriebe der Mafia in Italien und Deutschland. Was sie im Buch einer fiktiven Staatsanwältin in den Mund legt, könnte die preisgekrönte Autorin mit Fug und Recht auch von sich selbst sagen. Seit Jahren beschäftigt sie sich in Sachbüchern, Zeitungsartikeln (auch für die ZEIT) und Romanen mit den Verbrechen von Cosa Nostra und Co.; zeitweise konnte sie nur unter Polizeischutz öffentlich auftreten. Doch die meisten Probleme hat sie bei ihrer verdienstvollen Arbeit zurzeit nicht mit irgendwelchen finsteren Gestalten, sondern mit den Feinheiten der deutschen und internationalen Rechtsprechung sowie einem prominenten Verleger aus Berlin.

Vor zwei Wochen hat das Landgericht Hamburg das jüngste Urteil in einer Reihe von Prozessen gefällt, in die Petra Reski seit Jahren verwickelt ist. Diesmal hatte sie selbst geklagt – gegen Jakob Augstein, den Spiegel-Erben, Verleger und Chefredakteur der Wochenzeitung Der Freitag. Im März 2016 war dort Reskis Artikel Die Bosse mögen’s deutsch erschienen, in dem sie unter anderem über einen Prozess schrieb, den ein italienischer Geschäftsmann aus Erfurt gegen eine Mafia-Dokumentation des MDR erfolgreich angestrengt hatte, in der er sich als mutmaßliches Mafiamitglied dargestellt wähnte. In ihrem Artikel nannte Reski den Gastwirt beim Namen – im Glauben, es handele sich um zulässige Gerichtsberichterstattung. Dennoch verklagte er wegen Verletzung seiner Persönlichkeitsrechte zunächst Reski persönlich und dann den Freitag, der den Artikel daraufhin von seiner Website nahm und seine Autorin – entgegen den Gepflogenheiten der Medienbranche – mit den juristischen Scharmützeln alleinließ.

Nicht genug damit, dass der in seinen Kolumnen auf Spiegel Online stets so kämpferische Augstein der freien Investigativjournalistin Reski den Rechtsschutz versagte; in diversen Tweets und Stellungnahmen zog er die Seriosität ihrer Arbeit prinzipiell in Zweifel. Gegen fünf dieser Äußerungen klagte sie, drei davon darf Augstein nun nicht mehr wiederholen. Der Schaden freilich bleibt: Zum einen muss Reski den größeren Teil der Gerichtskosten tragen, zum anderen darf Augstein zum Beispiel mit Blick auf die Autorin weiter behaupten, Redaktionen seien »keine Rechtsschutzversicherung für mangelhafte Recherche«. Auch wenn Petra Reski gegen das Urteil Berufung einlegen wird – welcher Journalist wird sich nun an einen Artikel zum Thema Mafia wagen, wenn selbst namhafte Verleger das damit unweigerlich verbundene Risiko scheuen und sich beim geringsten Gegenwind von ihren Autoren distanzieren?

Anderer Art ist das Dilemma, das ein Urteil des Europäischen Gerichtshofs für Menschenrechte in Straßburg illustriert. Diesmal geht es um Petra Reskis Sachbuch Mafia. Von Paten, Pizzerien und falschen Priestern aus dem Jahr 2008. Auch dagegen hatte ein italienischer Geschäftsmann geklagt, weil er sich zu Unrecht als »mutmaßliches Mitglied der ’Ndrangheta«, der kalabrischen Mafia, bezeichnet sah.

Über einen solchen Verdacht darf berichtet werden, wenn er sich auf einen »Mindestbestand an Beweistatsachen« stützen kann. Als solche nannte Reski in ihrem Buch unter anderem interne Berichte des Bundeskriminalamts; auf dem Weg durch diverse Instanzen brachte sie zudem weitere Akten sowie eidesstattliche Versicherungen italienischer Ermittler bei. Der zweithöchste italienische Anti-Mafia-Ermittler bot sogar an, selbst vor einem deutschen Gericht die Verstrickungen des Klägers zu bezeugen.

Allein: All dieses Material wurde von der deutschen Justiz nicht als sogenannte privilegierte Quelle akzeptiert. Eine Beschwerde dagegen beim Bundesverfassungsgericht wurde abgewiesen; Reskis Verlag Droemer Knaur (der seiner Autorin, anders als Augstein, in dem jahrelangen Verfahren die Treue hielt) schwärzte die entsprechenden Stellen im Buch, zahlte an den Geschäftsmann 10 000 Euro Schadensersatz – und rief schließlich das oberste europäische Gericht an. Hier wurde nun nicht mehr der konkrete Fall verhandelt; im Verfahren von Reskis Verlag gegen die Bundesrepublik Deutschland ging es um eine übergeordnete Frage: Hat die deutsche Justiz mit ihren Urteilen in dieser Sache das Recht auf freie Meinungsäußerung verletzt?

Sechs der sieben Richter sagen: Nein. Als Quellen der Berichterstattung akzeptieren auch die Straßburger Richter – wie zuvor ihre deutschen Kollegen – nur offizielle, für die Öffentlichkeit gedachte Stellungnahmen einer ermittelnden Staatsanwaltschaft oder rechtskräftige Urteile. Das heißt: BKA-Berichte und andere interne Dokumente reichen demnach nicht aus, um über den Verdacht mafiöser Umtriebe unter Nennung von Klarnamen berichten zu können.

Der Gedanke dahinter ist durchaus nachvollziehbar: Der Persönlichkeitsschutz ist ein hohes Gut; ein Verdacht wird schnell in die Welt gesetzt, und schon eine anonyme Anzeige kann zu einer Aktennotiz bei den Ermittlungsbehörden führen, die aber noch nicht automatisch als Quelle taugt. Will man solche Interna dennoch nutzen – und ohne sie ist investigativer Journalismus schlechterdings unmöglich –, muss der Betroffene vor Veröffentlichung seines Namens mit den Erkenntnissen konfrontiert und seine Stellungnahme eingeholt werden. Dies haben die europäischen Richter nun noch einmal ausdrücklich betont.

Im Falle einer Berichterstattung über die Mafia mutet diese Rechtsprechung freilich einigermaßen weltfremd an. Soll eine freie Autorin ohne die Rückendeckung einer großen Redaktion das erwartbare Dementi einholen, damit ihr demnächst aufgelauert und gedroht wird, wie es Petra Reski schon widerfahren ist? Immerhin eine Richterin des EuGH mochte sich diesem unbedingten Vorrang des Persönlichkeitsschutzes vor dem Recht auf freie Meinungsäußerung nicht anschließen. Vielleicht liegt es daran, dass Nona Tsotsoria aus Georgien kommt und dort ihre eigenen Erfahrungen mit mafiösen Strukturen gemacht hat. In ihrem abweichenden Votum zum Urteil ihrer Kollegen erachtet sie interne Berichte durchaus als offizielle Quellen und bedauert »diese beunruhigende Abweichung von der gängigen Auffassung der Rechtsprechung zutiefst«.

In Italien, wo Petra Reski seit Jahrzehnten lebt, ist die Rechtslage aufgrund der Erfahrungen im Anti-Mafia-Kampf in vielen Bereichen anders. Zum Beispiel ist dort schon die bloße Zugehörigkeit zur Mafia ein Straftatbestand. Zudem hat man zur Verhinderung von Geldwäsche die Beweislast umgekehrt: Wer große Mengen Bargeld besitzt, muss deren Herkunft erklären können – in Deutschland dagegen müssen die Ermittlungsbehörden nachweisen, dass das Geld eventuell aus illegalen Geschäften stammt. Bei der Berichterstattung ist es im Heimatland der Cosa Nostra erlaubt, unter Nennung der Namen aus allen verfügbaren Quellen zu zitieren; dazu gehören auch die Protokolle der vielen Abhöraktionen, die in diesem Umfang in Deutschland nie genehmigt würden, ohne die aber der Kampf gegen die Clans kaum möglich ist. (Dass diese Praxis auch ihre Schattenseiten hat und vollkommen Unbeteiligte in Ermittlungsakten auftauchen können, ist unbestritten.) Natürlich klagen auch in Italien mutmaßliche Mafiosi gegen die Berichterstattung über sie. Aber ihr sei kein einziger Fall bekannt, in dem ein Journalist mit internen Quellen vor Gericht unterlegen wäre, sagt Petra Reski.

Um sich die weitere Auseinandersetzung mit Augstein und dem Erfurter Geschäftsmann überhaupt leisten zu können, hat sie ein Crowdfunding veranstaltet; 262 Unterstützer brachten binnen Kurzem 20 000 Dollar auf. Aber selbst die werden nicht reichen, sollte der Ostitaliener mit seiner jüngsten Schadensersatzforderung erfolgreich sein: Er verlangt 25 000 Euro – mehr als genug, um eine freie Journalistin endgültig mundtot zu machen und viele ihrer Kollegen gleich mit. Verhandelt wird darüber im Februar.

Petra Reski hat aus den Querelen einen gleichermaßen beunruhigenden wie befreienden Schluss gezogen: Sie ist mit ihrer Arbeit ins Reich der Fiktion ausgewandert und schreibt über die Mafia nur noch in Romanform. Das ist schade, weil es eine Niederlage für die Meinungs- und Pressefreiheit bedeutet und Reskis Hartnäckigkeit in diesem journalistischen Feld fehlen wird. Aber es ist auch schön, weil es mittlerweile drei fesselnde Romane über die Staatsanwältin Serena Vitale gibt. Darin stehen mehr wahre Begebenheiten über die Mafia, als in einer Zeitung je geschrieben werden könnten. Geklagt hat gegen diese Bücher noch niemand.

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Ein schwarzer Tag für die Meinungsfreiheit

Donnerstag, 19. Oktober 2017
Santa Mafia

Petra Reski „Mafia. Von Paten, Pizzerien und falschen Priestern“ Droemer 2008

„Ich bedauere diese beunruhigende Abweichung von der gängigen Auffassung der Rechtsprechung zutiefst“, stellte Richterin Tsotsoria am Ende des soeben ergangenen Urteils des Europäischen Gerichtshofs für Menschenrechte fest.

Es ist in der Tat ein schwarzer Tag für die Meinungsfreiheit: Mit seinem soeben ergangenen Urteil hat der Europäische Gerichtshof die Beschwerde des Verlages Droemer Knaur abgelehnt, derzufolge die Schwärzung meines Buches „Mafia. Von Paten, Pizzerien und falschen Priestern“ (Droemer 2008) und die Geldentschädigung von 10 000 Euro gegen die freie Meinungsäußerung (Art. 10 der Europäischen Menschenrechtskonvention) verstoße. Ich stimme mit der Verlagsleiterin Margit Ketterle darin überein: Wenn sich Journalisten und Verlage für die Verdachtsberichterstattung nicht auf den Rückgriff auf qualifizierte Quellen verlassen können und Journalisten vor Gericht beweisen müssen, dass Verbrechen begangen wurden, dann ist die Pressefreiheit in Gefahr.

Mich hat dieses Urteil darin bestärkt, auch in Zukunft weiterhin Romane über die Mafia zu schreiben. Soeben ist bei Hoffmann&Campe erschienen: „Bei aller Liebe. Serena Vitales dritter Fall“ handelt vom Geschäft der Mafia mit Migranten.

*

Richterin Tsotsoria legte Wert darauf, ihre abweichende Meinung im Urteil zur Kenntnis zu bringen:

I voted in favour of finding a violation of Article 10 of the Convention in this case.

The publication by the applicant company indisputably concerned a matter of great public interest – the activities of the mafia in Germany. In the book, S.P.’s alleged membership of the criminal organisation was presented as a presumption and not as a fact. This assumption was based on a variety of sources, including the official reports of the Federal Office of Criminal Investigation. In those circumstances, contrary to the findings of the present case, the case-law does not require that journalists undertake independent research. The case-law also provides that journalists must be free to report on events based on information gathered from official sources without further verification (see Koniuszewski v. Poland, no. 619/12, § 58, 14 June 2016, with references to other case-law).

I consider that the author of the book, a journalist who is renowned for her anti-Mafia publications, acted in good faith, in compliance with the duties and responsibilities enshrined in Article 10 of the Convention. Equally, I do not find it possible to reproach the applicant company for overstepping the allowed limits of exaggeration. Moreover, the possible meaning of “high level of suspicion” (see paragraph 47 of the judgment) in terms of the Court’s case-law is also unclear to me. Further, I am not convinced that the applicant company was given appropriate opportunities by the domestic courts to put forward arguments regarding the veracity of the information.

 

In a nutshell, based on the above arguments and sharing the rationale of the applicant’s reasoning, I find that the local courts failed to strike a proper balance between the applicant company’s freedom of expression and the right to respect for S.P.’s private life and reputation, as required by the criteria established by the Court’s case-law. In my view, the national judicial authorities did not give due consideration to the importance and the scope of the principle of freedom of expression, which should result in a narrow margin of appreciation being accorded to the decisions of the national courts. This fact meant that the Court ought to have substituted its view for that of the domestic courts (see Aksu v. Turkey [GC], nos. 4149/04 and 41029/04, § 67, ECHR 2012, and Palomo Sánchez and Others v. Spain [GC], nos. 28955/0628957/0628959/06 and 28964/06, §57, ECHR 2011).

 

I deeply regret this troubling departure from the prevailing understanding of the case-law of this Court.

*

ABWEICHENDE AUFFASSUNG DER RICHTERIN TSOTSORIA

Ich stimmte dafür, in diesem Fall einen Verstoß gegen Artikel 10 des Übereinkommens festzustellen  

Die Publikation der antragstellenden Firma betraf fraglos eine Angelegenheit, die von großem öffentlichem Interesse ist – die Aktivitäten der Mafia in Deutschland. Im Buch wird die angebliche Mitgliedschaft von S.P. in der kriminellen Organisation als Annahme dargestellt und nicht als Tatsache. Diese Annahme basierte auf verschiedenen Quellen, einschließlich der offiziellen Berichte des Bundeskriminalamts. Unter diesen Umständen, im Gegensatz zu den Erkenntnissen des vorliegenden Falls, erfordert es das Präzedenzrecht nicht, dass Journalisten unabhängige Recherchen betreiben. Das Präzedenzrecht setzt auch voraus, dass Journalisten frei sein müssen, über Ereignisse zu berichten, die auf Information basieren, die von offiziellen Quellen bezogen werden, ohne diese weiter zu verifizieren (s. Koniuszewski gegen Polen, Nr. 619/12, § 58, 14. Juni 2016, unter Bezugnahme auf anderes Präzedenzrecht).

Ich bin der Meinung, dass die Autorin des Buchs, eine Journalistin, die berühmt ist für ihre Mafia-kritischen Publikationen, guten Gewissens handelte, und in Übereinstimmung mit den Pflichten und Aufgaben, die in Artikel 10 des Übereinkommens verankert werden. Desgleichen sehe ich mich nicht in der Lage, der antragstellenden Firma den Vorwurf zu machen, die erlaubten Grenzen der Übertreibung überschritten zu haben. Überdies verstehe ich die mögliche Bedeutung von „hohem Grad an Verdacht“ (s. Paragraph 47 des Urteils) hinsichtlich der Rechtsprechung des Gerichts auch nicht. Außerdem bin ich nicht überzeugt, dass die antragstellende Firma von den einheimischen Gerichten ausreichend Gelegenheit bekam, Argumente bezüglich des Wahrheitsgehalts der Informationen vorzubringen. 

 Kurz zusammenfassend bin ich, basierend auf den obengenannten Argumenten und in Übereinstimmung mit der Logik der Beweisführung der Antragstellerin, der Meinung, dass es den örtlichen Gerichten nicht gelungen ist, die richtige Balance zu finden zwischen der freien Meinungsäußerung der antragstellenden Firma und dem Recht, das Privatleben und den Ruf S.P.s zu respektieren, so wie es die Kriterien verlangen, die das Präzedenzrecht des Gerichts festlegt. Meines Erachtens haben die deutschen Justizbehörden die Wichtigkeit und das Ausmaß des Prinzips der freien Meinungsäußerung nicht gebührend berücksichtigt, was darauf hinauslaufen sollte, dass den Urteilen der nationalen Gerichte ein enger Spielraum der Wertschätzung gewährt wird. Dieser Umstand bedeutete, dass dieses Gericht seine Ansicht mit der des deutschen Gerichts hätte substituieren sollen (s. Aksu gegen Türkei [GC], Nr. 4149/04 und 41029/04, § 67, ECHR 2012, und Palomo Sánchez und Andere gegen Spanien [GC], Nr. 28955/0628957/0628959/06 und 28964/06, §57, ECHR 2011).

Ich bedauere diese beunruhigende Abweichung von der gängigen Auffassung der Rechtsprechung zutiefst.  

 

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Ein paar Bemerkungen zu Duisburg

Dienstag, 15. August 2017

Die Mafia macht ihre besten Geschäfte, wenn es ruhig ist. Und heute spricht ja niemand mehr über die Mafia. Außer an Jahrestagen, so wie heute. Da wachen selbst die verschlafensten Tageszeitungen auf und erinnern sich schaudernd an jenen 15. August 2007, als plötzlich sechs tote Italiener vor dem Restaurant „Da Bruno“ lagen.

Ich war damals auch überrascht. Und das, obwohl ich seit langem wusste, wie aktiv die Mafia im Ruhrgebiet ist: Die Killer des 1990 ermordeten Antimafia-Staatsanwalts Rosario Livatino kamen aus Leverkusen. Und letzte Morddrohung gegen den ermordeten Antimafia-Staatsanwalt Falcone kam aus Wuppertal.

Ich hätte der Mafia in Deutschland aber eine so spektakuläre Tat nicht zugetraut. Denn es war ja klar, dass das die Deutschen aufschrecken würde. Extrem kontraproduktiv für die Mafia. Aber wahrscheinlich haben sie die Situation schon von Anfang an doch richtig eingeschätzt: Es wird am Anfang einen Aufschrei geben, dann gehen wir in Deckung, dann werden die Deutschen es wieder vergessen, und alles geht weiter wie immer. Weil die Beziehungen, die die ‘Ndrangheta stets gepflegt hat, also zu Politikern, Unternehmern, Geheimdiensten in West und vor allem Ost (sehr interessant sind übrigens die Verbindungen zwischen Stasi und ‘Ndrangheta), immer noch die besten sind.

Drogenhandel, Bauindustrie, Gastronomie, Giftmüllbeseitigung, Immobilienhandel – vor allem aber Geldwäsche. Die klassischen Geschäftsfelder der Mafia. Später kam noch die Windenergie hinzu. Öffentliche Gelder in ihre Taschen umzuleiten, ist die Königsdisziplin der Mafia – und da haben sich mit den europäischen Fördergeldern und dem gemeinsamen europäischen Markt viele neue Perspektiven ergeben.

An Ermittlungsergebnissen hat es in Deutschland auch 2007 nicht gemangelt. Indes, es fehlen die Gesetze. Auch hinter den angeblich „neuen Gesetzen“ zur Bekämpfung der Mafia verbirgt sich vor allem der Wahlkampf. In der sogenannten Neuregelung kommt das Wort „Mafia“ gar nicht vor. Staatsanwälte sind nach wie vor skeptisch. Außerdem ist jetzt der Zoll für die Verdachtsmeldungen wegen Geldwäsche zuständig. Und da wurde das Personal nicht nur halbiert, sondern hat auch keinen Zugriff auf polizeiliche Datenbestände. Wie der Bund deutscher Kriminalbeamter sagt: „Der Bundesfinanzminister hat uns einen Bärendienst erwiesen.“

Es müsste einen politischen Willen zur Bekämpfung der Mafia in Deutschland geben. Und den sehe ich nicht. Von vielen Politikern wird die Geldwäsche immer noch als ein Konjunkturankurbelungsprogramm gesehen. Nach dem Motto: Pecunia non olet. Die Mafia wird in Deutschland für eine Art von Folklore gehalten, selbst in deutschen Gerichten fehlen die wesentlichsten Kenntnisse.

Wir könnten von allein schon von der italienischen Antimafia-Gesetzgebung lernen und auch von den schlechten Erfahrungen: Seit 25 Jahren sitzt die Mafia im italienischen Parlament – und dagegen kämpfen die ehrlichen Italiener.

Nachdem ich verklagt und bedroht worden bin, habe ich versucht, dem ganzen etwas Positives abzugewinnen: Ich habe diese Erfahrungen in meine Romane einfließen lassen, ich hätte die Protagonisten meiner Romane nie so agieren lassen können, wenn ich manches nicht am eigenen Leibe gespürt hätte. Bei Schauspielern nennt man das „Method Acting“.

Außerdem finde ich es sehr interessant zu beobachten, wie sich sich die Mafia immer weiter entwickelt: Mit der Flüchtlingskrise hat sich für die Mafia ein neues Geschäftsfeld eröffnet. Das Zauberwort heißt emergenza: Notstand. Den gab es ja auch in Deutschland, in jenem Sommer 2015. Und genau davon handelt mein neuer Roman „Bei aller Liebe“.

Und hier auch noch ein Radio-Interview mit mir auf WDR 5 anlässlich Duisburg (etwas mehr als 7 Minuten, Sie schaffen das!)

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La ‘Ndrangheta cantata

Mittwoch, 09. August 2017

Il mio collega Attilio Bolzoni si occupa da decenni della mafia, scrive per la Repubblica, per cui ha inventato il blog: „Mafie“ – e mi ha chiesto di contribuire con un pezzo sul singolare successo della „musica della mafia“ in Germania:

La ‘Ndrangheta cantanta.

Era il 2000 quando la Germania scoprì che la mafia non è altro che un piccolo popolo minacciato dal rischio dell’estinzione, qualcosa come i Chiapas. Una cultura antica, insomma. Magari con riti bizzarri, ma comunque una cultura. E una cultura non si può giudicare in Tribunale.

Questo era il messaggio di tanti articoli usciti per promuovere la cosiddetta “musica della mafia”, considerata ancora oggi da tanti giornalisti tedeschi come „autentica cultura mafiosa calabrese”. I testi delle canzoni erano documentati in italiano e tedesco, come la canzone sull’attentato di mafia contro il generale Carlo Alberto dalla Chiesa nel 1982: “Hanno ammazzato il generale / non ha avuto tempo nemmeno per pregare / così fu mandato velocemente al Padreterno / La mafia è una legge criminale che ti lascia in pace finché vuole / ma se la stuzzichi / arriva il momento che si muove”.

Le intenzioni di questa presunta “musica popolare da diverse regioni del sud dell’Italia” erano ben chiare, ma il messaggio diffuso dai giornalisti tedeschi era: la mafia non è altro che un popolo invischiato in faide arcaiche che celebra riti incomprensibili. Un popolo che canta, balla e i cui membri alla fine si uccidono tra di loro. Niente per cui i tedeschi dovrebbero sentirsi in pericolo.

La scrittrice calabrese Francesca Viscone ha analizzato il fenomeno brillantemente nel saggio “La globalizzazione delle cattive idee. Mafia, musica, mass media” (Rubbettino Editore). Non ci sono stati giornali, radio, televisioni tedesche che non abbiano parlato del fenomeno della musica della mafia. Un fotografo calabrese è stato artefice del successo tedesco delle canzoni della ’Ndrangheta: Francesco Sbano vive tuttora ad Amburgo e ha avuto nel 2000 l’idea di produrre la cosiddetta “Musica della mafia”.

L’abilità con cui Sbano si è introdotto nelle redazioni tedesche era utile soprattutto nel momento delicato dopo la strage di Duisburg. Per la prima volta i tedeschi scoprivano di avere la mafia in casa. Sbano fu tra i primi a spiegare la ‘Ndrangheta e a mostrare “materiale video esclusivo”, invitato dall’Università di Bochum insieme ad Antonio Pelle, originario di San Luca e gestore dell’hotel Landhaus Milser a Duisburg, dove fu ospitata la squadra dell’Italia durante i mondiali di calcio in Germania nell’estate del 2006. Sbano mostrava il suo film “Uomini d’”onore”: un documentario in cui uomini con il passamontagna cavalcano per l’Aspromonte e farfugliando elevano la mafia a una specie di patrimonio dell’umanità. Un documentario che gira ancora oggi in tanti cinema tedeschi.
Per Sbano lo Stato italiano è colpevole di tutto: soprattutto delle condizioni di vita nel Sud. Si dice convinto che le finanze meridionali sarebbero risanate se la ’Ndrangheta potesse investire legalmente i suoi miliardi: „Tutti i mafiosi di alto rango con cui ho parlato mi hanno assicurato che la legalizzazione della mafia e la fine dell’economia sommersa determinerebbero un miracolo economico in Calabria. Naturalmente la mafia dovrebbe interrompere l’uso di antichi metodi barbari“, dice Sbano in un’intervista modello apparsa su „Corazon-International“ e realizzata da un suo giornalista “prescelto”: Max Dax, coproduttore del primo cd di canzoni di ’Ndrangheta.

Un altro giornalista prescelto è Andreas Ulrich, corrispondente di cronaca nera del settimanale Der Spiegel. Un anno dopo il massacro di Duisburg, Der Spiegel si vantava in un editoriale che due dei suoi reporter erano stati guidati nella realizzazione di un reportage sulla ‚Ndrangheta proprio da Francesco Sbano, persona che “gode della fiducia dei boss”. Il più grande settimanale tedesco comunicava allora con orgoglio che le sue informazioni sulla mafia provenivano dalla mafia stessa.

Sbano regala al pubblico tedesco quasi ogni anno una nuova iniziativa per fornire ai tedeschi un’immagine folcloristica della mafia. Nel 2010 è riuscito ad allegare la sua musica a un libro i cui autori (tra cui Roberto Saviano) non sapevano nulla di questa compagnia: Malacarne. “Vivere con la mafia”  è il titolo del volume. Insieme alle fotografie del bolognese Alberto Giuliani il “toccante documento di un´epoca” (come recitava la pubblicità dell’editore) si avvaleva del contributo dei testi di Roberto Saviano e di altre personalità note per il loro impegno contro la mafia, ma anche di due cd della Musica della Mafia. Nessuno degli autori sapeva che i loro testi sarebbero stati accompagnati dalla musica della mafia, altrimenti non li avrebbero messi a disposizione del fotografo:. Tutti i famosi autori hanno preso le distanze dall’indesiderata compagnia.

Nel 2011 Sbano ha pubblicato un libro che spiega le presunte idee di un presunto boss mafioso con il titolo curioso „L’onore del silenzio“. Un boss si confessa”. (Die Ehre des Schweigens. Ein Mafiaboss packt aus. Heyne editore). Come ha osservato la scrittrice Francesca Viscone, Sbano costruisce l’autobiografia di un boss con le regole delle fiabe: assenza di tempo, spazio e identità dei personaggi, abbondanza di riti e miti. Puro folclore mafioso. Impossibile a chiunque verificare le dichiarazioni del boss Belfiore, e persino la sua esistenza.

Andreas Ulrich, giornalista di Der Spiegel e fidato amico di Sbano ha scritto una prefazione degna dell’opera, sferrando una serie di attacchi frontali contro lo Stato italiano e contro i suoi colleghi giornalisti che hanno osato scrivere sulla mafia in Germania e i cui libri (tra cui il libro “Santa Mafia” della sottoscritta) sono stati censurati in Germania.
L’attacco più violento però viene indirizzato contro il movimento antimafia italiano: Ulrich lo definisce come “Wanderzirkus”, circo ambulante, composto di “giornalisti, fotografi, autori e attivisti d’altro genere che cavalcando l’onda della lotta dell’antimafia vogliono diventare famosi”. La storia della mafia deve essere raccontata solo dai mafiosi, dice Ulrich, gli unici credibili. Parola d’onore.

Sbano e Ulrich questa volta però si sono spinti un po’ troppo lontano. Attivisti del movimento antimafia di Berlino si erano recati alla presentazione del libro di Gianluigi Nuzzi, “Metastasi”, a cui avrebbe dovuto partecipare anche Ulrich, insieme al procuratore Nicola Gratteri. Ma Ulrich, appena un giorno dopo l’uscita del libro di Sbano, era stato invitato a rimanere a casa.

Poco dopo però, nel 2013, grazie al prestigio che gli deriva dalla collaborazione allo Spiegel che lo considera “specialista di mafia”, Sbano riesce a presentare la sua musica della mafia a Berlino nell’importante Haus der Kulturen (gestito e pagato dal ministero tedesco degli Esteri). L’associazione „Mafia? Nein Danke!” manda una lettera di proteste alla direzione.
Un anno dopo però Francesco Sbano perde la calma. Fa irruzione al Museo della ‘ndrangheta di Reggio Calabria, minacciando gli operatori presenti e la scrittrice Francesa Viscone che da oltre dieci anni lo accusa di attuare una subdola strategia culturale per spacciare i valori mafiosi per cultura popolare.

“Voi ci state causando un sacco di danni. Vi rovino”, ha gridato Sbano in tono inequivocabile. Ad ascoltare le urla c’erano tre giovani collaboratori del museo. Come riferisce l’associazione “Libera” in un comunicato di solidarietà, Sbano ha apostrofato Francesca Viscone in tono offensivo, con “il solito epiteto che gli uomini a corto di idee riservano alle donne”.

L’anno scorso, il tribunale di Reggio Calabria ha condannato Francesco Sbano per ingiuria, minaccia e diffamazione in seguito alla sua intrusione nel museo della ‘Ndrangheta.
Oggi Sbano gestisce un ristorante italiano ad Amburgo. Qui i clienti tedeschi vengono trattati “come i preti”. E continuano a credere che la mafia esista solo in alcuni villaggi italiani arretrati. Missione compiuta.

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L’informazione che produce il silenzio: Il caso della mafia in Germania.

Samstag, 10. Juni 2017

Chi ha diritto di stabilire se una notizia sia una fake news oppure no? Chi ha diritto di censura? E‘ giusto parlare di rimozione dei contenuti nei social media? Ho partecipato al convegno „Il Futuro dell’informazione“ a Bruxelles – su invito di Marco Zullo, parlamentare europeo del M5s – qui potete vedere tutta la diretta dell’evento  e qui una piccola intervista in cui parlo sulle difficoltà fare informazione sulla mafia in Germania.

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Mafia, Medien und Meinungsfreiheit

Samstag, 03. Juni 2017

Am 8. Juni werde ich im Europäischen Parlament über Mafia+Medien+Meinungsfreiheit reden – auf Einladung der italienischen Fünfsterne-Bewegung, die eine Tagung zum Thema „Die Zukunft der Information: Zwischen Meinungsfreiheit und Fake News“ veranstaltet.

Stay tuned!

 

 

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Pressefreiheit ist kein Wort. Es ist eine Tat.

Mittwoch, 12. April 2017

Wer auf die Idee kommt, über die Mafia in Deutschland zu berichten, soll es bereuen: „Einen treffen, um hunderte zu erziehen“.

Mit Ihrer Unterstützung tragen Sie dazu bei, dass die Pressefreiheit in Deutschland nicht nur auf dem Papier besteht – und das Thema „Mafia in Deutschland“ nicht weiter ein Tabu ist .

Jeder, der über die Mafia schreibt, tut das auf eigene Gefahr,“ sagte mir einmal Alberto Spampinato, der Bruder eines von der Mafia ermordeten sizilianischen Journalisten. Wie wahr, dachte ich, als die Redaktion des „Freitag“ mich in dem Rechtsstreit mit einem „erfolgreichen italienischen Geschäftsmann“ fallen ließ, weil die Rechtskosten „für einen kleinen Verlag wie unseren eine ziemliche Belastung sind“ und mich danach noch öffentlich verhöhnte.

Für freie Autoren sind die Rechtskosten eine ungleich größere Belastung. Und da mir die Gewerkschaft Verdi ebenfalls den Beistand versagt hat, bleibt mir nichts anderes, als auf Ihre Unterstützung zu hoffen. Denn hier geht es mehr als um mich und „meinen Fall“ – es geht darum, dass jeder Journalist, der wegen seines Berichts über die Mafia in Deutschland verklagt wurde, den Prozess zwingend verliert.

Das deutsche Recht macht es der Mafia leicht, Journalisten zu verklagen – und diese Prozesse auch zu gewinnen. Mit Gerichtskosten, Anwaltskosten, Schadensersatzklagen wird eine Drohkulisse aufgebaut, die auf Journalisten, Autoren, Filmemacher, Verlage und Sender wirken soll.

Mit dem gesammelten Geld möchte ich meine Rechtskosten bezahlen. Wenn (hoffentlich!) etwas übrig bleibt, werde ich das einer Antimafia-Organisation zukommen lassen – all das werde ich selbstverständlich öffentlich machen. Mit Ihrer Spende tragen Sie nicht nur dazu bei, dass ich meine Rechtskosten bestreiten kann, sondern Sie fördern damit auch den Austausch über ein Thema, das die Aufmerksamkeit aller verdient.

Hier geht es zum Schwarmsammeln für die Pressefreiheit. 

 

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Die Mafia dankt ihren freundlichen Unterstützern …

Montag, 10. April 2017

 

für ihren selbstlosen Einsatz.  Hier weiterlesen

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Imparare dalla mafia significa imparare a tacere

Dienstag, 04. April 2017

grazie alla Frankfurter Allgemeine Zeitung in cui il giornalista Andreas Rossmann ha descritto il mio „caso“ mi sono ricreduta sul giornalismo. Analisi sobria non solo della querela degli imprenditori italiani di successo in Germania, ma anche dell’atteggiamento del caporedattore del giornale per il quale ho scritto il mio articolo: il „Freitag“ – uno noto per ostentare il suo grande impegno sociale.

  Imparare dalla mafia significa imparare a tacere

Una giornalista d’inchiesta viene intimidita e piantata in asso dal settimanale „Der Freitag“: il caso Petra Reski è per molteplici aspetti insolito.

di Andreas Rossmann

Chi scrive sulla mafia, lo fa “a proprio rischio e pericolo“, dice il giornalista italiano Alberto Spampinato. Questo siciliano sa di cosa parla: da quando suo fratello Giovanni nel 1972, all’epoca venticinquenne, e corrispondente dalla sua città natale Ragusa del quotidiano palermitano „L’Ora“, fu assassinato da Cosa Nostra, questo tema non gli dà pace. Nel 2009 ha pubblicato un libro su suo fratello, scritto in prima persona. L’anno prima Spampinato, che ha lavorato a lungo a Roma per l’agenzia di stampa Ansa, ha dato vita al progetto „Ossigeno per l’informazione“, una sorta di „Osservatorio sui diritti umani“ per i giornalisti. Dalla sua fondazione, „Ossigeno“ ha documentato un numero crescente di casi, e questo non solo nel Sud Italia: nel 2009 sono stati 91, nel 2016 più di quattrocento.

“A proprio rischio e pericolo“, riguarda anche il pericolo di vita. Negli ultimi trent’anni sono stati tredici in Italia i rappresentanti della stampa uccisi dalla mafia. E ciò significa a proprie spese: giornalisti sono stati minacciati, con gomme forate e bombe incendiarie o con richieste di risarcimento danni e diffamazioni, cose che, data la lentezza della giustizia, possono impegnare le forze fino a fiaccarle. Alcuni – come Roberto Saviano– sono sotto scorta, e questo non solo a Napoli, Caserta o Reggio Calabria. Ma Spampinato intende anche il pericolo per l’integrità: ostilità e intimidazioni devono ridurre al silenzio i giornalisti. Ne sa qualcosa anche Petra Reski, che, come autrice libera, indaga sulla mafia e della cui storia qui si parla.

Affari miliardari anche qui da noi in Germania.

Un mezzo legale per assicurarsi il silenzio, lo offre il diritto della personalità, che però per i tribunali italiani vale di meno in rapporto al pubblico interesse. Ciò stimola i media a svolgere il loro ruolo di guardiani e controllori. In Germania questo avviene solo occasionalmente, anche perché volentieri ci si comporta come se qui la mafia non fosse presente. Benché questa una volta si sia rivelata con assoluta evidenza, come nel 2007 a Duisburg, dove in una faida tra due Clan della ‘ndrangheta furono giustiziate sei persone, o due anni fa al Lago di Costanza, dove furono arrestati otto componenti dell’organizzazione calabrese, la polizia – e anche le notizie di stampa danno non di rado l’impressione che si tratti di “faccende interne” italiane.

Il BKA, il dipartimento federale d’investigazione criminale, tuttavia, ritiene che ci siano oltre cinquecento affiliati alla mafia in Germania e conosce gli affari miliardari con la droga – e il traffico di armi, con ditte prestanome e con il riciclaggio di danaro sporco. Ma gli strumenti giuridici non sono all’altezza, le azioni penali poco efficaci. La sola appartenenza alla mafia, diversamente che in Italia, non è un reato, e mentre in Germania le autorità devono dimostrare a un presunto mafioso, che i milioni che ha investito in immobili, li ha acquisiti illegalmente, in Italia è all’opposto: se il sospettato non può provare come è venuto in possesso del suo patrimonio, questo gli viene sequestrato.

Le conseguenze del suo lavoro coraggioso

Già nel 2013 il governo federale aveva annunciato l’inversione dell’onere della prova, tuttavia, fintantoché manca la riforma, la mafia ha gioco facile e la polizia si trova in difficoltà. In proporzione ai danni provocati all’economia e alla società civile, gli affari della mafia trovano scarsa attenzione. Le ricerche sono dispendiose e difficili, e sebbene l’obbligo da parte della stampa di riferire su un sospetto sia sancito giuridicamente, alcuni uffici stampa di tribunali pretendono dai giornalisti fatti probatori che vadano oltre gli indizi.

Petra Reski scrive di continuo ed è bene informata sulla mafia. Ha buoni contatti ed è bilingue, da più di vent’anni segue da Venezia gli sviluppi e gli intrecci nei due paesi. In articoli e libri, tra i quali „Mafia – di padrini, pizzerie e falsi preti“ (2008) (edizione italiana: Santa Mafia), la pubblicista, nata ad Unna nel 1958, fa luce sulle strutture di potere e le trame, fa capire i pericoli e si espone essa stessa al pericolo. Nei suoi lavori, opinioni e analisi si legano ad audacia e coraggio. Ma le conseguenze non si sono fatte attendere: azioni inibitorie e querele per diffamazione, pressioni, processi.

Un caso per molteplici aspetti insolito

„Chi scrive sulla mafia lo fa a proprio rischio e pericolo.“ La frase viene citata anche da Petra Reski in un articolo apparso il 17 marzo 2016 sul settimanale „Freitag“ col titolo „Ai boss piace il tedesco“ . In un’intera pagina ella descrive come la mafia ha potuto rapidamente e agevolmente prendere piede nella Germania dell’est, espone le difficoltà di raccontarne le attività e documenta alcune esperienze. Un anno dopo, quella frase ha coinvolto l’autrice in modo preoccupante. La querela al tribunale di Lipsia da parte di un uomo d’affari italiano, citato per nome nell’articolo, che vede lesi i suoi diritti della personalità, ha colpito la giornalista – finanziariamente, nel suo onore e nella sua esistenza. E’ probabile che il querelante mirasse anche principalmente proprio a questo, dato che il suo nome era già stato fatto in altri articoli di giornale su questa sentenza, e il provvedimento provvisorio l’ha richiesto inizialmente contro l’autrice. Solo dopo il „Freitag“ ha ricevuto un’ammonizione.

Il caso è insolito sotto molteplici aspetti, dal momento che, per il suo articolo, Petra Reski aveva preso lo spunto da una precedente sentenza, sempre del tribunale di Lipsia, a favore dello stesso uomo d’affari. […]

Neppure il tentativo di venire incontro all’autrice

Di questa sentenza pubblica Petra Reski ha riferito al „Freitag“. Il tribunale aveva considerato in un primo momento „assolutamente inammissibile“ l’istanza di adozione di un provvedimento provvisorio, come comunicò al querelante. Del resto era dubbio se i princìpi dell’obbligo da parte della stampa di riferire su un sospetto, princìpi che il querelante vedeva lesi, avrebbero trovato poi applicazione nel caso in oggetto. Ma poi il tribunale, che nei processi alla stampa è considerato particolarmente benevolo nei confronti dei querelanti, ha accettato l’istanza e ha accolto la querela: Petra Reski il 24 febbraio 2017 è stata condannata a tralasciare la divulgazione, e la sentenza è stata dichiarata provvisoriamente esecutiva contro una cauzione di 5000 Euro.

L’italiano, che a Erfurt gestisce una gelateria e un ristorante, aveva richiesto il procedimento il 28 giugno 2016, più di tre mesi dopo la pubblicazione. Alla giornalista, che vive a Venezia, poté essere recapitato solo nel novembre 2016. Nel settembre 2016 il querelante si rivolse anche al „Freitag.” E’ normale che un giornale che, con la decisione di stampare l’articolo, sta dietro l’autore, in caso di un conflitto giuridico si metta davanti a lui, si consigli con lui e lo difenda. Un sondaggio tra consulenti legali e avvocati dei media ha rivelato che nessuno ha sentito di un caso in cui non si sia agito così. Sì, anche se il giornale giunge in seguito a un’altra valutazione giuridica diversa da quella dell’autore, si assume di regola il rischio. Il „Freitag“ invece non ha assolutamente cercato di venire in aiuto alla sua autrice, anzi ha cancellato subito l’articolo dalla pagina di Internet senza discuterne prima con lei.

„Le redazioni non sono un’assicurazione di tutela legale “

„Le spese legali per una piccola casa editrice come la nostra sono un peso considerevole“, le ha spiegato la redattrice responsabile, con la quale più volte ha lavorato bene, ha detto Petra Reski al Frankfurter Allgemeine Zeitung. Si sente piantata in asso dal „Freitag“: „ Nessuno al ‚Freitag‘ sembra esserci arrivato a considerare che le spese legali per una piccola autrice come me, che ha guadagnato per l’articolo 321 euro lordi, sono un peso considerevole, se non addirittura maggiore.“ Invitato a una presa di posizione, Jakob Augstein, caporedattore del „Freitag“, ha detto al F.A.Z.: „Come giornale ci viene richiesto di confidare nel lavoro corretto dei nostri autori. Se inconsapevolmente stampiamo affermazioni che si rivelano insostenibili, dobbiamo garantire di non ripetere più tali affermazioni. E’ una prassi normale nel panorama dei media tedeschi e perfino giusta e importante in tempi contraddistinti da espressioni come ‚Fake News‘ e ‚Stampa bugiarda‘. “Al rimprovero rivoltogli per il mancato sostegno legale, ha replicato: „Le redazioni non sono un’assicurazione di tutela legale per le inchieste di scarsa qualità.“

Con ciò Augstein non solo accetta, senza verificarla, la decisione di Lipsia, ma discredita anche l’autrice dapprima apprezzata dal giornale, facendo sapere cosa può significare e costare una libera collaborazione al „Freitag“. Per Petra Reski questa esperienza può essere un incentivo in più a preferire di scrivere romanzi sulla mafia invece che articoli investigativi e saggi. Ad agosto uscirà per la Hoffmann e Campe il suo terzo romanzo sull’investigatrice di mafia Serena Vitale, „Con tutto l’amore“.

Già da tempo ci sono per lei buone ragioni per cambiare genere: a partire da quell’episodio del 2008 a Erfurt, quando a una sua conferenza, un italiano vestito elegantemente si alzò in piedi, difese chi aveva sporto querela contro il suo libro „Santa Mafia” e si congratulò ironicamente con l’autrice per il suo coraggio. „L’inibitoria pervenuta al mio indirizzo di Venezia“, così ella racconta, „contiene l’aggiunta del piano in cui abito, sebbene io non l’abbia mai indicato. Questo può saperlo solo chi è stato davanti alla mia porta.“

Petra Reski sa che cosa le vogliono dire con questo.

 

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