Mit ‘Mafia in Germania’ getaggte Artikel

Ein paar Bemerkungen zu Duisburg

Dienstag, 15. August 2017

Die Mafia macht ihre besten Geschäfte, wenn es ruhig ist. Und heute spricht ja niemand mehr über die Mafia. Außer an Jahrestagen, so wie heute. Da wachen selbst die verschlafensten Tageszeitungen auf und erinnern sich schaudernd an jenen 15. August 2007, als plötzlich sechs tote Italiener vor dem Restaurant „Da Bruno“ lagen.

Ich war damals auch überrascht. Und das, obwohl ich seit langem wusste, wie aktiv die Mafia im Ruhrgebiet ist: Die Killer des 1990 ermordeten Antimafia-Staatsanwalts Rosario Livatino kamen aus Leverkusen. Und letzte Morddrohung gegen den ermordeten Antimafia-Staatsanwalt Falcone kam aus Wuppertal.

Ich hätte der Mafia in Deutschland aber eine so spektakuläre Tat nicht zugetraut. Denn es war ja klar, dass das die Deutschen aufschrecken würde. Extrem kontraproduktiv für die Mafia. Aber wahrscheinlich haben sie die Situation schon von Anfang an doch richtig eingeschätzt: Es wird am Anfang einen Aufschrei geben, dann gehen wir in Deckung, dann werden die Deutschen es wieder vergessen, und alles geht weiter wie immer. Weil die Beziehungen, die die ‘Ndrangheta stets gepflegt hat, also zu Politikern, Unternehmern, Geheimdiensten in West und vor allem Ost (sehr interessant sind übrigens die Verbindungen zwischen Stasi und ‘Ndrangheta), immer noch die besten sind.

Drogenhandel, Bauindustrie, Gastronomie, Giftmüllbeseitigung, Immobilienhandel – vor allem aber Geldwäsche. Die klassischen Geschäftsfelder der Mafia. Später kam noch die Windenergie hinzu. Öffentliche Gelder in ihre Taschen umzuleiten, ist die Königsdisziplin der Mafia – und da haben sich mit den europäischen Fördergeldern und dem gemeinsamen europäischen Markt viele neue Perspektiven ergeben.

An Ermittlungsergebnissen hat es in Deutschland auch 2007 nicht gemangelt. Indes, es fehlen die Gesetze. Auch hinter den angeblich „neuen Gesetzen“ zur Bekämpfung der Mafia verbirgt sich vor allem der Wahlkampf. In der sogenannten Neuregelung kommt das Wort „Mafia“ gar nicht vor. Staatsanwälte sind nach wie vor skeptisch. Außerdem ist jetzt der Zoll für die Verdachtsmeldungen wegen Geldwäsche zuständig. Und da wurde das Personal nicht nur halbiert, sondern hat auch keinen Zugriff auf polizeiliche Datenbestände. Wie der Bund deutscher Kriminalbeamter sagt: „Der Bundesfinanzminister hat uns einen Bärendienst erwiesen.“

Es müsste einen politischen Willen zur Bekämpfung der Mafia in Deutschland geben. Und den sehe ich nicht. Von vielen Politikern wird die Geldwäsche immer noch als ein Konjunkturankurbelungsprogramm gesehen. Nach dem Motto: Pecunia non olet. Die Mafia wird in Deutschland für eine Art von Folklore gehalten, selbst in deutschen Gerichten fehlen die wesentlichsten Kenntnisse.

Wir könnten von allein schon von der italienischen Antimafia-Gesetzgebung lernen und auch von den schlechten Erfahrungen: Seit 25 Jahren sitzt die Mafia im italienischen Parlament – und dagegen kämpfen die ehrlichen Italiener.

Nachdem ich verklagt und bedroht worden bin, habe ich versucht, dem ganzen etwas Positives abzugewinnen: Ich habe diese Erfahrungen in meine Romane einfließen lassen, ich hätte die Protagonisten meiner Romane nie so agieren lassen können, wenn ich manches nicht am eigenen Leibe gespürt hätte. Bei Schauspielern nennt man das „Method Acting“.

Außerdem finde ich es sehr interessant zu beobachten, wie sich sich die Mafia immer weiter entwickelt: Mit der Flüchtlingskrise hat sich für die Mafia ein neues Geschäftsfeld eröffnet. Das Zauberwort heißt emergenza: Notstand. Den gab es ja auch in Deutschland, in jenem Sommer 2015. Und genau davon handelt mein neuer Roman „Bei aller Liebe“.

Und hier auch noch ein Radio-Interview mit mir auf WDR 5 anlässlich Duisburg (etwas mehr als 7 Minuten, Sie schaffen das!)

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La ‘Ndrangheta cantata

Mittwoch, 09. August 2017

Il mio collega Attilio Bolzoni si occupa da decenni della mafia, scrive per la Repubblica, per cui ha inventato il blog: „Mafie“ – e mi ha chiesto di contribuire con un pezzo sul singolare successo della „musica della mafia“ in Germania:

La ‘Ndrangheta cantanta.

Era il 2000 quando la Germania scoprì che la mafia non è altro che un piccolo popolo minacciato dal rischio dell’estinzione, qualcosa come i Chiapas. Una cultura antica, insomma. Magari con riti bizzarri, ma comunque una cultura. E una cultura non si può giudicare in Tribunale.

Questo era il messaggio di tanti articoli usciti per promuovere la cosiddetta “musica della mafia”, considerata ancora oggi da tanti giornalisti tedeschi come „autentica cultura mafiosa calabrese”. I testi delle canzoni erano documentati in italiano e tedesco, come la canzone sull’attentato di mafia contro il generale Carlo Alberto dalla Chiesa nel 1982: “Hanno ammazzato il generale / non ha avuto tempo nemmeno per pregare / così fu mandato velocemente al Padreterno / La mafia è una legge criminale che ti lascia in pace finché vuole / ma se la stuzzichi / arriva il momento che si muove”.

Le intenzioni di questa presunta “musica popolare da diverse regioni del sud dell’Italia” erano ben chiare, ma il messaggio diffuso dai giornalisti tedeschi era: la mafia non è altro che un popolo invischiato in faide arcaiche che celebra riti incomprensibili. Un popolo che canta, balla e i cui membri alla fine si uccidono tra di loro. Niente per cui i tedeschi dovrebbero sentirsi in pericolo.

La scrittrice calabrese Francesca Viscone ha analizzato il fenomeno brillantemente nel saggio “La globalizzazione delle cattive idee. Mafia, musica, mass media” (Rubbettino Editore). Non ci sono stati giornali, radio, televisioni tedesche che non abbiano parlato del fenomeno della musica della mafia. Un fotografo calabrese è stato artefice del successo tedesco delle canzoni della ’Ndrangheta: Francesco Sbano vive tuttora ad Amburgo e ha avuto nel 2000 l’idea di produrre la cosiddetta “Musica della mafia”.

L’abilità con cui Sbano si è introdotto nelle redazioni tedesche era utile soprattutto nel momento delicato dopo la strage di Duisburg. Per la prima volta i tedeschi scoprivano di avere la mafia in casa. Sbano fu tra i primi a spiegare la ‘Ndrangheta e a mostrare “materiale video esclusivo”, invitato dall’Università di Bochum insieme ad Antonio Pelle, originario di San Luca e gestore dell’hotel Landhaus Milser a Duisburg, dove fu ospitata la squadra dell’Italia durante i mondiali di calcio in Germania nell’estate del 2006. Sbano mostrava il suo film “Uomini d’”onore”: un documentario in cui uomini con il passamontagna cavalcano per l’Aspromonte e farfugliando elevano la mafia a una specie di patrimonio dell’umanità. Un documentario che gira ancora oggi in tanti cinema tedeschi.
Per Sbano lo Stato italiano è colpevole di tutto: soprattutto delle condizioni di vita nel Sud. Si dice convinto che le finanze meridionali sarebbero risanate se la ’Ndrangheta potesse investire legalmente i suoi miliardi: „Tutti i mafiosi di alto rango con cui ho parlato mi hanno assicurato che la legalizzazione della mafia e la fine dell’economia sommersa determinerebbero un miracolo economico in Calabria. Naturalmente la mafia dovrebbe interrompere l’uso di antichi metodi barbari“, dice Sbano in un’intervista modello apparsa su „Corazon-International“ e realizzata da un suo giornalista “prescelto”: Max Dax, coproduttore del primo cd di canzoni di ’Ndrangheta.

Un altro giornalista prescelto è Andreas Ulrich, corrispondente di cronaca nera del settimanale Der Spiegel. Un anno dopo il massacro di Duisburg, Der Spiegel si vantava in un editoriale che due dei suoi reporter erano stati guidati nella realizzazione di un reportage sulla ‚Ndrangheta proprio da Francesco Sbano, persona che “gode della fiducia dei boss”. Il più grande settimanale tedesco comunicava allora con orgoglio che le sue informazioni sulla mafia provenivano dalla mafia stessa.

Sbano regala al pubblico tedesco quasi ogni anno una nuova iniziativa per fornire ai tedeschi un’immagine folcloristica della mafia. Nel 2010 è riuscito ad allegare la sua musica a un libro i cui autori (tra cui Roberto Saviano) non sapevano nulla di questa compagnia: Malacarne. “Vivere con la mafia”  è il titolo del volume. Insieme alle fotografie del bolognese Alberto Giuliani il “toccante documento di un´epoca” (come recitava la pubblicità dell’editore) si avvaleva del contributo dei testi di Roberto Saviano e di altre personalità note per il loro impegno contro la mafia, ma anche di due cd della Musica della Mafia. Nessuno degli autori sapeva che i loro testi sarebbero stati accompagnati dalla musica della mafia, altrimenti non li avrebbero messi a disposizione del fotografo:. Tutti i famosi autori hanno preso le distanze dall’indesiderata compagnia.

Nel 2011 Sbano ha pubblicato un libro che spiega le presunte idee di un presunto boss mafioso con il titolo curioso „L’onore del silenzio“. Un boss si confessa”. (Die Ehre des Schweigens. Ein Mafiaboss packt aus. Heyne editore). Come ha osservato la scrittrice Francesca Viscone, Sbano costruisce l’autobiografia di un boss con le regole delle fiabe: assenza di tempo, spazio e identità dei personaggi, abbondanza di riti e miti. Puro folclore mafioso. Impossibile a chiunque verificare le dichiarazioni del boss Belfiore, e persino la sua esistenza.

Andreas Ulrich, giornalista di Der Spiegel e fidato amico di Sbano ha scritto una prefazione degna dell’opera, sferrando una serie di attacchi frontali contro lo Stato italiano e contro i suoi colleghi giornalisti che hanno osato scrivere sulla mafia in Germania e i cui libri (tra cui il libro “Santa Mafia” della sottoscritta) sono stati censurati in Germania.
L’attacco più violento però viene indirizzato contro il movimento antimafia italiano: Ulrich lo definisce come “Wanderzirkus”, circo ambulante, composto di “giornalisti, fotografi, autori e attivisti d’altro genere che cavalcando l’onda della lotta dell’antimafia vogliono diventare famosi”. La storia della mafia deve essere raccontata solo dai mafiosi, dice Ulrich, gli unici credibili. Parola d’onore.

Sbano e Ulrich questa volta però si sono spinti un po’ troppo lontano. Attivisti del movimento antimafia di Berlino si erano recati alla presentazione del libro di Gianluigi Nuzzi, “Metastasi”, a cui avrebbe dovuto partecipare anche Ulrich, insieme al procuratore Nicola Gratteri. Ma Ulrich, appena un giorno dopo l’uscita del libro di Sbano, era stato invitato a rimanere a casa.

Poco dopo però, nel 2013, grazie al prestigio che gli deriva dalla collaborazione allo Spiegel che lo considera “specialista di mafia”, Sbano riesce a presentare la sua musica della mafia a Berlino nell’importante Haus der Kulturen (gestito e pagato dal ministero tedesco degli Esteri). L’associazione „Mafia? Nein Danke!” manda una lettera di proteste alla direzione.
Un anno dopo però Francesco Sbano perde la calma. Fa irruzione al Museo della ‘ndrangheta di Reggio Calabria, minacciando gli operatori presenti e la scrittrice Francesa Viscone che da oltre dieci anni lo accusa di attuare una subdola strategia culturale per spacciare i valori mafiosi per cultura popolare.

“Voi ci state causando un sacco di danni. Vi rovino”, ha gridato Sbano in tono inequivocabile. Ad ascoltare le urla c’erano tre giovani collaboratori del museo. Come riferisce l’associazione “Libera” in un comunicato di solidarietà, Sbano ha apostrofato Francesca Viscone in tono offensivo, con “il solito epiteto che gli uomini a corto di idee riservano alle donne”.

L’anno scorso, il tribunale di Reggio Calabria ha condannato Francesco Sbano per ingiuria, minaccia e diffamazione in seguito alla sua intrusione nel museo della ‘Ndrangheta.
Oggi Sbano gestisce un ristorante italiano ad Amburgo. Qui i clienti tedeschi vengono trattati “come i preti”. E continuano a credere che la mafia esista solo in alcuni villaggi italiani arretrati. Missione compiuta.

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L’informazione che produce il silenzio: Il caso della mafia in Germania.

Samstag, 10. Juni 2017

Chi ha diritto di stabilire se una notizia sia una fake news oppure no? Chi ha diritto di censura? E‘ giusto parlare di rimozione dei contenuti nei social media? Ho partecipato al convegno „Il Futuro dell’informazione“ a Bruxelles – su invito di Marco Zullo, parlamentare europeo del M5s – qui potete vedere tutta la diretta dell’evento  e qui una piccola intervista in cui parlo sulle difficoltà fare informazione sulla mafia in Germania.

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Mafia, Medien und Meinungsfreiheit

Samstag, 03. Juni 2017

Am 8. Juni werde ich im Europäischen Parlament über Mafia+Medien+Meinungsfreiheit reden – auf Einladung der italienischen Fünfsterne-Bewegung, die eine Tagung zum Thema „Die Zukunft der Information: Zwischen Meinungsfreiheit und Fake News“ veranstaltet.

Stay tuned!

 

 

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Pressefreiheit ist kein Wort. Es ist eine Tat.

Mittwoch, 12. April 2017

Wer auf die Idee kommt, über die Mafia in Deutschland zu berichten, soll es bereuen: „Einen treffen, um hunderte zu erziehen“.

Mit Ihrer Unterstützung tragen Sie dazu bei, dass die Pressefreiheit in Deutschland nicht nur auf dem Papier besteht – und das Thema „Mafia in Deutschland“ nicht weiter ein Tabu ist .

Jeder, der über die Mafia schreibt, tut das auf eigene Gefahr,“ sagte mir einmal Alberto Spampinato, der Bruder eines von der Mafia ermordeten sizilianischen Journalisten. Wie wahr, dachte ich, als die Redaktion des „Freitag“ mich in dem Rechtsstreit mit einem „erfolgreichen italienischen Geschäftsmann“ fallen ließ, weil die Rechtskosten „für einen kleinen Verlag wie unseren eine ziemliche Belastung sind“ und mich danach noch öffentlich verhöhnte.

Für freie Autoren sind die Rechtskosten eine ungleich größere Belastung. Und da mir die Gewerkschaft Verdi ebenfalls den Beistand versagt hat, bleibt mir nichts anderes, als auf Ihre Unterstützung zu hoffen. Denn hier geht es mehr als um mich und „meinen Fall“ – es geht darum, dass jeder Journalist, der wegen seines Berichts über die Mafia in Deutschland verklagt wurde, den Prozess zwingend verliert.

Das deutsche Recht macht es der Mafia leicht, Journalisten zu verklagen – und diese Prozesse auch zu gewinnen. Mit Gerichtskosten, Anwaltskosten, Schadensersatzklagen wird eine Drohkulisse aufgebaut, die auf Journalisten, Autoren, Filmemacher, Verlage und Sender wirken soll.

Mit dem gesammelten Geld möchte ich meine Rechtskosten bezahlen. Wenn (hoffentlich!) etwas übrig bleibt, werde ich das einer Antimafia-Organisation zukommen lassen – all das werde ich selbstverständlich öffentlich machen. Mit Ihrer Spende tragen Sie nicht nur dazu bei, dass ich meine Rechtskosten bestreiten kann, sondern Sie fördern damit auch den Austausch über ein Thema, das die Aufmerksamkeit aller verdient.

Hier geht es zum Schwarmsammeln für die Pressefreiheit. 

 

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Die Mafia dankt ihren freundlichen Unterstützern …

Montag, 10. April 2017

 

für ihren selbstlosen Einsatz.  Hier weiterlesen

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Imparare dalla mafia significa imparare a tacere

Dienstag, 04. April 2017

grazie alla Frankfurter Allgemeine Zeitung in cui il giornalista Andreas Rossmann ha descritto il mio „caso“ mi sono ricreduta sul giornalismo. Analisi sobria non solo della querela degli imprenditori italiani di successo in Germania, ma anche dell’atteggiamento del caporedattore del giornale per il quale ho scritto il mio articolo: il „Freitag“ – uno noto per ostentare il suo grande impegno sociale.

  Imparare dalla mafia significa imparare a tacere

Una giornalista d’inchiesta viene intimidita e piantata in asso dal settimanale „Der Freitag“: il caso Petra Reski è per molteplici aspetti insolito.

di Andreas Rossmann

Chi scrive sulla mafia, lo fa “a proprio rischio e pericolo“, dice il giornalista italiano Alberto Spampinato. Questo siciliano sa di cosa parla: da quando suo fratello Giovanni nel 1972, all’epoca venticinquenne, e corrispondente dalla sua città natale Ragusa del quotidiano palermitano „L’Ora“, fu assassinato da Cosa Nostra, questo tema non gli dà pace. Nel 2009 ha pubblicato un libro su suo fratello, scritto in prima persona. L’anno prima Spampinato, che ha lavorato a lungo a Roma per l’agenzia di stampa Ansa, ha dato vita al progetto „Ossigeno per l’informazione“, una sorta di „Osservatorio sui diritti umani“ per i giornalisti. Dalla sua fondazione, „Ossigeno“ ha documentato un numero crescente di casi, e questo non solo nel Sud Italia: nel 2009 sono stati 91, nel 2016 più di quattrocento.

“A proprio rischio e pericolo“, riguarda anche il pericolo di vita. Negli ultimi trent’anni sono stati tredici in Italia i rappresentanti della stampa uccisi dalla mafia. E ciò significa a proprie spese: giornalisti sono stati minacciati, con gomme forate e bombe incendiarie o con richieste di risarcimento danni e diffamazioni, cose che, data la lentezza della giustizia, possono impegnare le forze fino a fiaccarle. Alcuni – come Roberto Saviano– sono sotto scorta, e questo non solo a Napoli, Caserta o Reggio Calabria. Ma Spampinato intende anche il pericolo per l’integrità: ostilità e intimidazioni devono ridurre al silenzio i giornalisti. Ne sa qualcosa anche Petra Reski, che, come autrice libera, indaga sulla mafia e della cui storia qui si parla.

Affari miliardari anche qui da noi in Germania.

Un mezzo legale per assicurarsi il silenzio, lo offre il diritto della personalità, che però per i tribunali italiani vale di meno in rapporto al pubblico interesse. Ciò stimola i media a svolgere il loro ruolo di guardiani e controllori. In Germania questo avviene solo occasionalmente, anche perché volentieri ci si comporta come se qui la mafia non fosse presente. Benché questa una volta si sia rivelata con assoluta evidenza, come nel 2007 a Duisburg, dove in una faida tra due Clan della ‘ndrangheta furono giustiziate sei persone, o due anni fa al Lago di Costanza, dove furono arrestati otto componenti dell’organizzazione calabrese, la polizia – e anche le notizie di stampa danno non di rado l’impressione che si tratti di “faccende interne” italiane.

Il BKA, il dipartimento federale d’investigazione criminale, tuttavia, ritiene che ci siano oltre cinquecento affiliati alla mafia in Germania e conosce gli affari miliardari con la droga – e il traffico di armi, con ditte prestanome e con il riciclaggio di danaro sporco. Ma gli strumenti giuridici non sono all’altezza, le azioni penali poco efficaci. La sola appartenenza alla mafia, diversamente che in Italia, non è un reato, e mentre in Germania le autorità devono dimostrare a un presunto mafioso, che i milioni che ha investito in immobili, li ha acquisiti illegalmente, in Italia è all’opposto: se il sospettato non può provare come è venuto in possesso del suo patrimonio, questo gli viene sequestrato.

Le conseguenze del suo lavoro coraggioso

Già nel 2013 il governo federale aveva annunciato l’inversione dell’onere della prova, tuttavia, fintantoché manca la riforma, la mafia ha gioco facile e la polizia si trova in difficoltà. In proporzione ai danni provocati all’economia e alla società civile, gli affari della mafia trovano scarsa attenzione. Le ricerche sono dispendiose e difficili, e sebbene l’obbligo da parte della stampa di riferire su un sospetto sia sancito giuridicamente, alcuni uffici stampa di tribunali pretendono dai giornalisti fatti probatori che vadano oltre gli indizi.

Petra Reski scrive di continuo ed è bene informata sulla mafia. Ha buoni contatti ed è bilingue, da più di vent’anni segue da Venezia gli sviluppi e gli intrecci nei due paesi. In articoli e libri, tra i quali „Mafia – di padrini, pizzerie e falsi preti“ (2008) (edizione italiana: Santa Mafia), la pubblicista, nata ad Unna nel 1958, fa luce sulle strutture di potere e le trame, fa capire i pericoli e si espone essa stessa al pericolo. Nei suoi lavori, opinioni e analisi si legano ad audacia e coraggio. Ma le conseguenze non si sono fatte attendere: azioni inibitorie e querele per diffamazione, pressioni, processi.

Un caso per molteplici aspetti insolito

„Chi scrive sulla mafia lo fa a proprio rischio e pericolo.“ La frase viene citata anche da Petra Reski in un articolo apparso il 17 marzo 2016 sul settimanale „Freitag“ col titolo „Ai boss piace il tedesco“ . In un’intera pagina ella descrive come la mafia ha potuto rapidamente e agevolmente prendere piede nella Germania dell’est, espone le difficoltà di raccontarne le attività e documenta alcune esperienze. Un anno dopo, quella frase ha coinvolto l’autrice in modo preoccupante. La querela al tribunale di Lipsia da parte di un uomo d’affari italiano, citato per nome nell’articolo, che vede lesi i suoi diritti della personalità, ha colpito la giornalista – finanziariamente, nel suo onore e nella sua esistenza. E’ probabile che il querelante mirasse anche principalmente proprio a questo, dato che il suo nome era già stato fatto in altri articoli di giornale su questa sentenza, e il provvedimento provvisorio l’ha richiesto inizialmente contro l’autrice. Solo dopo il „Freitag“ ha ricevuto un’ammonizione.

Il caso è insolito sotto molteplici aspetti, dal momento che, per il suo articolo, Petra Reski aveva preso lo spunto da una precedente sentenza, sempre del tribunale di Lipsia, a favore dello stesso uomo d’affari. […]

Neppure il tentativo di venire incontro all’autrice

Di questa sentenza pubblica Petra Reski ha riferito al „Freitag“. Il tribunale aveva considerato in un primo momento „assolutamente inammissibile“ l’istanza di adozione di un provvedimento provvisorio, come comunicò al querelante. Del resto era dubbio se i princìpi dell’obbligo da parte della stampa di riferire su un sospetto, princìpi che il querelante vedeva lesi, avrebbero trovato poi applicazione nel caso in oggetto. Ma poi il tribunale, che nei processi alla stampa è considerato particolarmente benevolo nei confronti dei querelanti, ha accettato l’istanza e ha accolto la querela: Petra Reski il 24 febbraio 2017 è stata condannata a tralasciare la divulgazione, e la sentenza è stata dichiarata provvisoriamente esecutiva contro una cauzione di 5000 Euro.

L’italiano, che a Erfurt gestisce una gelateria e un ristorante, aveva richiesto il procedimento il 28 giugno 2016, più di tre mesi dopo la pubblicazione. Alla giornalista, che vive a Venezia, poté essere recapitato solo nel novembre 2016. Nel settembre 2016 il querelante si rivolse anche al „Freitag.” E’ normale che un giornale che, con la decisione di stampare l’articolo, sta dietro l’autore, in caso di un conflitto giuridico si metta davanti a lui, si consigli con lui e lo difenda. Un sondaggio tra consulenti legali e avvocati dei media ha rivelato che nessuno ha sentito di un caso in cui non si sia agito così. Sì, anche se il giornale giunge in seguito a un’altra valutazione giuridica diversa da quella dell’autore, si assume di regola il rischio. Il „Freitag“ invece non ha assolutamente cercato di venire in aiuto alla sua autrice, anzi ha cancellato subito l’articolo dalla pagina di Internet senza discuterne prima con lei.

„Le redazioni non sono un’assicurazione di tutela legale “

„Le spese legali per una piccola casa editrice come la nostra sono un peso considerevole“, le ha spiegato la redattrice responsabile, con la quale più volte ha lavorato bene, ha detto Petra Reski al Frankfurter Allgemeine Zeitung. Si sente piantata in asso dal „Freitag“: „ Nessuno al ‚Freitag‘ sembra esserci arrivato a considerare che le spese legali per una piccola autrice come me, che ha guadagnato per l’articolo 321 euro lordi, sono un peso considerevole, se non addirittura maggiore.“ Invitato a una presa di posizione, Jakob Augstein, caporedattore del „Freitag“, ha detto al F.A.Z.: „Come giornale ci viene richiesto di confidare nel lavoro corretto dei nostri autori. Se inconsapevolmente stampiamo affermazioni che si rivelano insostenibili, dobbiamo garantire di non ripetere più tali affermazioni. E’ una prassi normale nel panorama dei media tedeschi e perfino giusta e importante in tempi contraddistinti da espressioni come ‚Fake News‘ e ‚Stampa bugiarda‘. “Al rimprovero rivoltogli per il mancato sostegno legale, ha replicato: „Le redazioni non sono un’assicurazione di tutela legale per le inchieste di scarsa qualità.“

Con ciò Augstein non solo accetta, senza verificarla, la decisione di Lipsia, ma discredita anche l’autrice dapprima apprezzata dal giornale, facendo sapere cosa può significare e costare una libera collaborazione al „Freitag“. Per Petra Reski questa esperienza può essere un incentivo in più a preferire di scrivere romanzi sulla mafia invece che articoli investigativi e saggi. Ad agosto uscirà per la Hoffmann e Campe il suo terzo romanzo sull’investigatrice di mafia Serena Vitale, „Con tutto l’amore“.

Già da tempo ci sono per lei buone ragioni per cambiare genere: a partire da quell’episodio del 2008 a Erfurt, quando a una sua conferenza, un italiano vestito elegantemente si alzò in piedi, difese chi aveva sporto querela contro il suo libro „Santa Mafia” e si congratulò ironicamente con l’autrice per il suo coraggio. „L’inibitoria pervenuta al mio indirizzo di Venezia“, così ella racconta, „contiene l’aggiunta del piano in cui abito, sebbene io non l’abbia mai indicato. Questo può saperlo solo chi è stato davanti alla mia porta.“

Petra Reski sa che cosa le vogliono dire con questo.

 

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Gli imprenditori italiani di successo in Germania

Mittwoch, 15. März 2017

Meno male che la mafia non esiste in Germania. Solo imprenditori italiani di successo.

Dopo l’uscita del mio libro “Santa Mafia” ho passato tre anni con processi – querelata da vari imprenditori italiani di successo, in particolare quelli di Duisburg e Erfurt. Le pagine di “Santa Mafia” sono state annerite su richiesta dei tribunali tedeschi. Nell’ultima udienza non sono più comparsa personalmente perché l’ho considerato troppo umiliante essere ripetutamente minacciata in una aula del tribunale senza che nessuno intervenisse.

Tuttavia, dal punto di vista della ricerca antropologica, l’esperienza mi è stata molto utile: Se comunque non posso fare nomi, perché vengo querelata subito, perché dunque dovrei quindi farmi ostacolare dai vincoli di un libro non-fiction? Allora ho deciso di scrivere sulla mafia solo in forma di romanzo.

In questo momento ho appena completato il terzo manoscritto per un nuovo romanzo sulla mafia. I protagonisti sono, come negli altri due romanzi: Serena Vitale, una donna magistrato anti-mafia con radici tedesche e il (per lo più) coraggioso giornalista investigativo tedesco Wolfgang W. Wieneke.

E gli imprenditori italiani di successo fanno tutto per fornirmi ulteriori ispirazioni: Mentre scrivevo l’ultimo libro, sono stata querelata di nuovo da un imprenditore di successo di Erfurt. Avevo fatto il suo nome in un articolo su una sentenza del tribunale di Lipsia contro la televisione tedesca MDR – in seguito del loro documentario sulla ‘Ndrangheta a Erfurt.

Pochi giorni fa, ho avuto la sentenza: Secondo il tribunale di Lipsia sono colpevole di aver violato i diritti della personalità dell’imprenditore di successo italiano.
Poiché nessuno legge il miei articoli sulla mafia in Germania e il mio blog più attento di alcuni imprenditori italiani di successo in Germania, particolarmente quelli di Duisburg ed Erfurt, è probabile che il mio blog debba proprio a loro il maggior numero dei click.
Più che la querela dagli imprenditori italiani di successo però mi ha stupito l’atteggiamento della redazione per la quale ho scritto l’articolo, il „Freitag“ – un giornale noto per ostentare il suo grande impegno sociale. Alla mia domanda se la querela era arrivata anche alla redazione, ho sentito solo un „Oops – no, non abbiamo ricevuto niente qui, per quanto ne so“.

Poi hanno fatto scena muta. Nessuno della redazione mi ha chiesto se potessero darmi una mano, magari il sostegno di un avvocato – niente. Anzi, in obbedienza preventiva, il mio articolo online veniva cancellato già prima del processo. „Un peccato, sì, ma le spese legali sono per una piccola casa editrice come la nostra un bel peso“, mi facevano sapere.
Il fatto che le spese legali per una piccola scrittrice come me potrebbero significare forse un considerevole, se non un maggiore peso (ho incassato per l’articolo in tutto 321 euro), nessuno sembra esserselo chiesto.

Non mi sarei aspettata una reazione del genere – né che avrebbero cancellato il mio articolo in obbedienza preventiva, né che si sarebbero inchinarti già prima del processo – per non parlare di etica giornalistica.

Poco dopo di che mi è stato consegnato la querela, ho scritto una lunga mail al caporedattore Jakob Augstein – a sua volta erede del fondatore dello SPIEGEL. E lui, che di solito si esprime su tutti i possibili temi su tutti possibili canali – dalla A come „armi nucleari in Germania“ fino a Z come „zero speranze per i bambini del terzo mondo“ – stava zitto. Nessuno ha risposto. Poi ho capito il messaggio.

Mi sono ricordata una frase che mi ha detto una volta Alberto Spampinato, il fratello di un giornalista ucciso dalla mafia siciliana e fondatore di „Ossigeno per l’informazione„: „Chiunque scrive sulla mafia lo fa a  rischio e pericolo.“ Lo intendeva letteralmente. Perché con „a proprio rischio“ intendeva non solo pericolo per la vita, ma anche per l’integrità. Senza la viltà di molti e senza le bocche chiuse dei suoi simpatizzanti la mafia sarebbe stata sconfitta già molto tempo fa.

La querela mi è stato consegnata al mio indirizzo veneziano. Il quale si può conoscere magari facilmente tramite fonti disposti – ma non il piano in cui abito. Il piano lo può conoscere solo chi è stato in piedi davanti alla mia porta.

Sono piccole sottigliezze che si possono solo apprezzare quando si scrive di mafia “a proprio rischio”.

Comunque un’ottima fonte di ispirazione per i miei romanzi futuri.

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Mafia – senza fine.

Donnerstag, 26. Mai 2016

Angela Rossi, una casertana a Monaco, mi ha intervistato per il suo blog:

Quando e come è nato il tuo interesse per il fenomeno mafia?

“Ho iniziato ad interessarmi di mafia da studentessa, all’inizio un po’ ingenuamente, dopo aver letto Il Padrino di Mario Puzo. Poco dopo sono andata con il mio fidanzato dell’epoca in una vecchia Renault 4 dal Bacino della Ruhr, dove sono cresciuta, fino a Corleone. La mafia mi interessava perché la consideravo una specie di storia di famiglia, la storia di una famiglia perversa. Sono cresciuta in una grande famiglia di profughi tedeschi di cultura cattolica, dunque sapevo già cos’è il “familismo” amorale. Ma sono ripartita subito da Corleone, delusa perché avevo visto solo vecchi con i loro berretti seduti ai margini della strada: non rispecchiavano la mia visione romanzesca della mafia. Come giornalista sono ritornata a Palermo per la prima volta nel 1989, per scrivere un reportage sulla Primavera di Palermo. Ho incontrato non solo Leoluca Orlando, ma anche la consigliera comunale Letizia Battaglia, famosa fotografa-antimafia, e la figlia Shobba, anche lei fotografa, con cui lavoro ancora oggi. Mi sono lasciata contagiare dall’euforia e dall’entusiasmo che si respiravano allora in Sicilia. Falcone e Borsellino avevano rappresentato l’accusa nel maxiprocesso e noi giornalisti avevamo la sensazione di essere testimoni di un momento storico: quel momento in cui la mafia finalmente sarebbe stata sconfitta. Che così non fosse, lo avremmo capito più tardi”.

 

Hai un tuo blog , hai scritto libri, continui ad occupartene per tenere alta l’attenzione. Sei stata minacciata per il tuo lavoro e per quello che hai denunciato attraverso i tuoi articoli per diversi giornali ed i tuoi libri. Ci racconti cosa è accaduto?

“Sono anni che scrivo sulla mafia, in Italia. Per tanti giornali tedeschi: Die Zeit, Focus, Geo eccetera. Ovviamente mi è accaduto, come accade a tanti giornalisti italiani, di essere stata aggredita durante le mie ricerche; per esempio a Corleone da un figlio di Riina (per fortuna oggi in carcere) oppure a San Luca. Nel 2007, a novembre, ero a San Luca per scrivere un reportage. Volevamo scattare delle foto della casa dei Pelle – Vottari. Pochi giorni prima era stato scoperto lì un bunker, e credevamo che tutto l’edificio fosse stato requisito, cosa che invece si dimostrò un errore fatale. Mentre stavamo lì davanti, dieci uomini uscirono di corsa e ci circondarono, intimandoci di consegnare bloc-notes e macchina fotografica. Se non fosse intervenuta una pattuglia della polizia che passava da lì per caso, non so cosa sarebbe potuto accadere. Ma questi erano incidenti di percorso.

Era invece diverso quando ho scritto il libro “Santa Mafia”, che è stato pubblicato in Germania nel 2008, un anno dopo la strage di Duisburg. La mafia si è diffusa da 40 anni in Europa, in particolare in Germania dove è arrivata al seguito degli immigrati onesti italiani. Questo è un dato di fatto, confermato dalle indagini di inquirenti italiani e tedeschi. All’inizio, la mafia si è diffusa in Germania nelle regioni industriali, a Monaco, nella regione della Ruhr (dove sono cresciuta) e attorno Stoccarda. Ma oggi si trova dappertutto, anche in città apparentemente idilliache come Münster, città universitaria, oppure la regione attorno al lago di Costanza, dove gli inquirenti calabresi hanno scoperto l’anno scorso alcuni clan della ‘ndrangheta”.

Dopo la pubblicazione di “Santa Mafia”, Erfurt era una tappa prevista nel programma di presentazione del mio libro, che mi ha portato attraverso tutta la Germania, l’Austria e la Svizzera. Davanti alla libreria mi attendeva un ufficiale giudiziario che mi notificava un provvedimento d’urgenza richiesto da Spartaco Pitanti – uno dei protagonisti del mio libro: un ristoratore che lavorava da molto tempo a Erfurt e che era stato uno dei proprietari del ristorante “Da Bruno” a Duisburg. Secondo questa disposizione, tutti i passaggi del mio libro che riguardano le attività di Pitanti dovevano essere resi illeggibili e anneriti. Questo non è certamente un inizio gradevole per una presentazione, dove mi aspettavano più di cento persone. Ho letto quindi dal mio libro, tra l’altro, anche i passaggi che riguardavano San Luca, così come quelli in cui i pubblici ministeri spiegavano la consistenza criminale dei clan di San Luca, passaggi che parlano anche di riciclaggio del denaro sporco. Dopo la mia lettura, hanno chiesto la parola diverse persone, tra queste anche l’ex sindaco di Erfurt, che hanno messo in dubbio la veridicità delle mie argomentazioni e con una certa verbosità hanno sostenuto che il riciclaggio di denaro sporco non è possibile in Germania, cosa che ho trovato piuttosto bizzarra. Ancora più strana mi è sembrata tuttavia l’osservazione di un italiano che, dopo essersi alzato tra il pubblico, lodò il mio coraggio energicamente e con aria di sufficienza (“Ammiro il suo coraggio, Signora, ammiro molto il suo coraggio”), per poi accusarmi di avere sporcato l’onore di quei signori che avevano richiesto un provvedimento urgente contro di me. Questo signore proseguì con un lungo discorso in difesa di quelle stesse persone, discorso che consisteva sostanzialmente nel mettere in discussione le mie affermazioni. Un secondo italiano si alzò e mi diede della mafiosa. Era una situazione irreale. I tedeschi presenti erano molto confusi. Alla fine della serata, mi hanno raggiunta molte persone, tra questi anche italiani, che avevano capito esattamente cos’era successo e, preoccupate, mi chiedevano se fossi da sola ad Erfurt e se fosse necessario accompagnarmi in albergo.

Questo avvenimento per me ha rappresentato una svolta epocale. Non avrei mai immaginato di poter essere aggredita, inerme e apertamente, in pubblico. Poi seguirono processi, denunce penali, lettere e chiamate minacciose. Le autorità in Germania e in Italia sono state informate di tutto ciò che è accaduto e hanno preso provvedimenti adeguati. Per un po’ ho avuto la scorta quando ero in pubblico. Quando il mio libro “Santa Mafia” è uscito in Germania, ero tranquilla perché le mie informazioni sulle attività mafiose di alcuni membri del clan Pelle-Romeo e le loro relazioni amichevoli con alcuni politici tedeschi erano basate su vari rapporti della polizia giudiziaria tedesca, su investigazioni giudiziarie italiane e tedesche. Ma questo non è stato preso in considerazione quando alla fine i tribunali hanno fatto annerire alcune pagine del mio libro “Santa Mafia” . Fino ad oggi può essere venduto solo con pagine annerite. I citati rapporti del BKA (polizia federale), oltre ad essere considerati segreti, sono stati considerati dai giudici civili tedeschi “insignificanti” , nel senso che tre rapporti interni del BKA sulle attività della ‘Ndrangheta in Germania oltre a vari indagini della magistratura tedesca e italiani non sono stati considerati sufficienti per parlare delle attività losche di un “presunto” (come avevo scritto) membro della ‘Ndrangheta. Il giudice diceva che solo una sentenza definitiva avrebbe giustificato il parlare di mafia. Cosi la stampa viene privata del diritto alla “Verdachtsberichterstattung” , ovvero il dovere della stampa di riferire un sospetto. Se la stampa ha solo il diritto di riferire sentenze già avvenute, non può più fare il suo dovere di “cane di guardia”.

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Palermo ist überall

Freitag, 15. Januar 2016

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Und dann war das noch in der Post: warme Worte der Salzburger Nachrichten über „Die Gesichter der Toten„.

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