Mit ‘Mafia in Germania’ getaggte Artikel

Pressefreiheit ist kein Wort. Es ist eine Tat.

Mittwoch, 12. April 2017

Wer auf die Idee kommt, über die Mafia in Deutschland zu berichten, soll es bereuen: „Einen treffen, um hunderte zu erziehen“.

Mit Ihrer Unterstützung tragen Sie dazu bei, dass die Pressefreiheit in Deutschland nicht nur auf dem Papier besteht – und das Thema „Mafia in Deutschland“ nicht weiter ein Tabu ist .

Jeder, der über die Mafia schreibt, tut das auf eigene Gefahr,“ sagte mir einmal Alberto Spampinato, der Bruder eines von der Mafia ermordeten sizilianischen Journalisten. Wie wahr, dachte ich, als die Redaktion des „Freitag“ mich in dem Rechtsstreit mit einem „erfolgreichen italienischen Geschäftsmann“ fallen ließ, weil die Rechtskosten „für einen kleinen Verlag wie unseren eine ziemliche Belastung sind“ und mich danach noch öffentlich verhöhnte.

Für freie Autoren sind die Rechtskosten eine ungleich größere Belastung. Und da mir die Gewerkschaft Verdi ebenfalls den Beistand versagt hat, bleibt mir nichts anderes, als auf Ihre Unterstützung zu hoffen. Denn hier geht es mehr als um mich und „meinen Fall“ – es geht darum, dass jeder Journalist, der wegen seines Berichts über die Mafia in Deutschland verklagt wurde, den Prozess zwingend verliert.

Das deutsche Recht macht es der Mafia leicht, Journalisten zu verklagen – und diese Prozesse auch zu gewinnen. Mit Gerichtskosten, Anwaltskosten, Schadensersatzklagen wird eine Drohkulisse aufgebaut, die auf Journalisten, Autoren, Filmemacher, Verlage und Sender wirken soll.

Mit dem gesammelten Geld möchte ich meine Rechtskosten bezahlen. Wenn (hoffentlich!) etwas übrig bleibt, werde ich das einer Antimafia-Organisation zukommen lassen – all das werde ich selbstverständlich öffentlich machen. Mit Ihrer Spende tragen Sie nicht nur dazu bei, dass ich meine Rechtskosten bestreiten kann, sondern Sie fördern damit auch den Austausch über ein Thema, das die Aufmerksamkeit aller verdient.

Hier geht es zum Schwarmsammeln für die Pressefreiheit. 

 

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Die Mafia dankt ihren freundlichen Unterstützern …

Montag, 10. April 2017

 

für ihren selbstlosen Einsatz.  Hier weiterlesen

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Imparare dalla mafia significa imparare a tacere

Dienstag, 04. April 2017

grazie alla Frankfurter Allgemeine Zeitung in cui il giornalista Andreas Rossmann ha descritto il mio „caso“ mi sono ricreduta sul giornalismo. Analisi sobria non solo della querela degli imprenditori italiani di successo in Germania, ma anche dell’atteggiamento del caporedattore del giornale per il quale ho scritto il mio articolo: il „Freitag“ – uno noto per ostentare il suo grande impegno sociale.

  Imparare dalla mafia significa imparare a tacere

Una giornalista d’inchiesta viene intimidita e piantata in asso dal settimanale „Der Freitag“: il caso Petra Reski è per molteplici aspetti insolito.

di Andreas Rossmann

Chi scrive sulla mafia, lo fa “a proprio rischio e pericolo“, dice il giornalista italiano Alberto Spampinato. Questo siciliano sa di cosa parla: da quando suo fratello Giovanni nel 1972, all’epoca venticinquenne, e corrispondente dalla sua città natale Ragusa del quotidiano palermitano „L’Ora“, fu assassinato da Cosa Nostra, questo tema non gli dà pace. Nel 2009 ha pubblicato un libro su suo fratello, scritto in prima persona. L’anno prima Spampinato, che ha lavorato a lungo a Roma per l’agenzia di stampa Ansa, ha dato vita al progetto „Ossigeno per l’informazione“, una sorta di „Osservatorio sui diritti umani“ per i giornalisti. Dalla sua fondazione, „Ossigeno“ ha documentato un numero crescente di casi, e questo non solo nel Sud Italia: nel 2009 sono stati 91, nel 2016 più di quattrocento.

“A proprio rischio e pericolo“, riguarda anche il pericolo di vita. Negli ultimi trent’anni sono stati tredici in Italia i rappresentanti della stampa uccisi dalla mafia. E ciò significa a proprie spese: giornalisti sono stati minacciati, con gomme forate e bombe incendiarie o con richieste di risarcimento danni e diffamazioni, cose che, data la lentezza della giustizia, possono impegnare le forze fino a fiaccarle. Alcuni – come Roberto Saviano– sono sotto scorta, e questo non solo a Napoli, Caserta o Reggio Calabria. Ma Spampinato intende anche il pericolo per l’integrità: ostilità e intimidazioni devono ridurre al silenzio i giornalisti. Ne sa qualcosa anche Petra Reski, che, come autrice libera, indaga sulla mafia e della cui storia qui si parla.

Affari miliardari anche qui da noi in Germania.

Un mezzo legale per assicurarsi il silenzio, lo offre il diritto della personalità, che però per i tribunali italiani vale di meno in rapporto al pubblico interesse. Ciò stimola i media a svolgere il loro ruolo di guardiani e controllori. In Germania questo avviene solo occasionalmente, anche perché volentieri ci si comporta come se qui la mafia non fosse presente. Benché questa una volta si sia rivelata con assoluta evidenza, come nel 2007 a Duisburg, dove in una faida tra due Clan della ‘ndrangheta furono giustiziate sei persone, o due anni fa al Lago di Costanza, dove furono arrestati otto componenti dell’organizzazione calabrese, la polizia – e anche le notizie di stampa danno non di rado l’impressione che si tratti di “faccende interne” italiane.

Il BKA, il dipartimento federale d’investigazione criminale, tuttavia, ritiene che ci siano oltre cinquecento affiliati alla mafia in Germania e conosce gli affari miliardari con la droga – e il traffico di armi, con ditte prestanome e con il riciclaggio di danaro sporco. Ma gli strumenti giuridici non sono all’altezza, le azioni penali poco efficaci. La sola appartenenza alla mafia, diversamente che in Italia, non è un reato, e mentre in Germania le autorità devono dimostrare a un presunto mafioso, che i milioni che ha investito in immobili, li ha acquisiti illegalmente, in Italia è all’opposto: se il sospettato non può provare come è venuto in possesso del suo patrimonio, questo gli viene sequestrato.

Le conseguenze del suo lavoro coraggioso

Già nel 2013 il governo federale aveva annunciato l’inversione dell’onere della prova, tuttavia, fintantoché manca la riforma, la mafia ha gioco facile e la polizia si trova in difficoltà. In proporzione ai danni provocati all’economia e alla società civile, gli affari della mafia trovano scarsa attenzione. Le ricerche sono dispendiose e difficili, e sebbene l’obbligo da parte della stampa di riferire su un sospetto sia sancito giuridicamente, alcuni uffici stampa di tribunali pretendono dai giornalisti fatti probatori che vadano oltre gli indizi.

Petra Reski scrive di continuo ed è bene informata sulla mafia. Ha buoni contatti ed è bilingue, da più di vent’anni segue da Venezia gli sviluppi e gli intrecci nei due paesi. In articoli e libri, tra i quali „Mafia – di padrini, pizzerie e falsi preti“ (2008) (edizione italiana: Santa Mafia), la pubblicista, nata ad Unna nel 1958, fa luce sulle strutture di potere e le trame, fa capire i pericoli e si espone essa stessa al pericolo. Nei suoi lavori, opinioni e analisi si legano ad audacia e coraggio. Ma le conseguenze non si sono fatte attendere: azioni inibitorie e querele per diffamazione, pressioni, processi.

Un caso per molteplici aspetti insolito

„Chi scrive sulla mafia lo fa a proprio rischio e pericolo.“ La frase viene citata anche da Petra Reski in un articolo apparso il 17 marzo 2016 sul settimanale „Freitag“ col titolo „Ai boss piace il tedesco“ . In un’intera pagina ella descrive come la mafia ha potuto rapidamente e agevolmente prendere piede nella Germania dell’est, espone le difficoltà di raccontarne le attività e documenta alcune esperienze. Un anno dopo, quella frase ha coinvolto l’autrice in modo preoccupante. La querela al tribunale di Lipsia da parte di un uomo d’affari italiano, citato per nome nell’articolo, che vede lesi i suoi diritti della personalità, ha colpito la giornalista – finanziariamente, nel suo onore e nella sua esistenza. E’ probabile che il querelante mirasse anche principalmente proprio a questo, dato che il suo nome era già stato fatto in altri articoli di giornale su questa sentenza, e il provvedimento provvisorio l’ha richiesto inizialmente contro l’autrice. Solo dopo il „Freitag“ ha ricevuto un’ammonizione.

Il caso è insolito sotto molteplici aspetti, dal momento che, per il suo articolo, Petra Reski aveva preso lo spunto da una precedente sentenza, sempre del tribunale di Lipsia, a favore dello stesso uomo d’affari. […]

Neppure il tentativo di venire incontro all’autrice

Di questa sentenza pubblica Petra Reski ha riferito al „Freitag“. Il tribunale aveva considerato in un primo momento „assolutamente inammissibile“ l’istanza di adozione di un provvedimento provvisorio, come comunicò al querelante. Del resto era dubbio se i princìpi dell’obbligo da parte della stampa di riferire su un sospetto, princìpi che il querelante vedeva lesi, avrebbero trovato poi applicazione nel caso in oggetto. Ma poi il tribunale, che nei processi alla stampa è considerato particolarmente benevolo nei confronti dei querelanti, ha accettato l’istanza e ha accolto la querela: Petra Reski il 24 febbraio 2017 è stata condannata a tralasciare la divulgazione, e la sentenza è stata dichiarata provvisoriamente esecutiva contro una cauzione di 5000 Euro.

L’italiano, che a Erfurt gestisce una gelateria e un ristorante, aveva richiesto il procedimento il 28 giugno 2016, più di tre mesi dopo la pubblicazione. Alla giornalista, che vive a Venezia, poté essere recapitato solo nel novembre 2016. Nel settembre 2016 il querelante si rivolse anche al „Freitag.” E’ normale che un giornale che, con la decisione di stampare l’articolo, sta dietro l’autore, in caso di un conflitto giuridico si metta davanti a lui, si consigli con lui e lo difenda. Un sondaggio tra consulenti legali e avvocati dei media ha rivelato che nessuno ha sentito di un caso in cui non si sia agito così. Sì, anche se il giornale giunge in seguito a un’altra valutazione giuridica diversa da quella dell’autore, si assume di regola il rischio. Il „Freitag“ invece non ha assolutamente cercato di venire in aiuto alla sua autrice, anzi ha cancellato subito l’articolo dalla pagina di Internet senza discuterne prima con lei.

„Le redazioni non sono un’assicurazione di tutela legale “

„Le spese legali per una piccola casa editrice come la nostra sono un peso considerevole“, le ha spiegato la redattrice responsabile, con la quale più volte ha lavorato bene, ha detto Petra Reski al Frankfurter Allgemeine Zeitung. Si sente piantata in asso dal „Freitag“: „ Nessuno al ‚Freitag‘ sembra esserci arrivato a considerare che le spese legali per una piccola autrice come me, che ha guadagnato per l’articolo 321 euro lordi, sono un peso considerevole, se non addirittura maggiore.“ Invitato a una presa di posizione, Jakob Augstein, caporedattore del „Freitag“, ha detto al F.A.Z.: „Come giornale ci viene richiesto di confidare nel lavoro corretto dei nostri autori. Se inconsapevolmente stampiamo affermazioni che si rivelano insostenibili, dobbiamo garantire di non ripetere più tali affermazioni. E’ una prassi normale nel panorama dei media tedeschi e perfino giusta e importante in tempi contraddistinti da espressioni come ‚Fake News‘ e ‚Stampa bugiarda‘. “Al rimprovero rivoltogli per il mancato sostegno legale, ha replicato: „Le redazioni non sono un’assicurazione di tutela legale per le inchieste di scarsa qualità.“

Con ciò Augstein non solo accetta, senza verificarla, la decisione di Lipsia, ma discredita anche l’autrice dapprima apprezzata dal giornale, facendo sapere cosa può significare e costare una libera collaborazione al „Freitag“. Per Petra Reski questa esperienza può essere un incentivo in più a preferire di scrivere romanzi sulla mafia invece che articoli investigativi e saggi. Ad agosto uscirà per la Hoffmann e Campe il suo terzo romanzo sull’investigatrice di mafia Serena Vitale, „Con tutto l’amore“.

Già da tempo ci sono per lei buone ragioni per cambiare genere: a partire da quell’episodio del 2008 a Erfurt, quando a una sua conferenza, un italiano vestito elegantemente si alzò in piedi, difese chi aveva sporto querela contro il suo libro „Santa Mafia” e si congratulò ironicamente con l’autrice per il suo coraggio. „L’inibitoria pervenuta al mio indirizzo di Venezia“, così ella racconta, „contiene l’aggiunta del piano in cui abito, sebbene io non l’abbia mai indicato. Questo può saperlo solo chi è stato davanti alla mia porta.“

Petra Reski sa che cosa le vogliono dire con questo.

 

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Gli imprenditori italiani di successo in Germania

Mittwoch, 15. März 2017

Meno male che la mafia non esiste in Germania. Solo imprenditori italiani di successo.

Dopo l’uscita del mio libro “Santa Mafia” ho passato tre anni con processi – querelata da vari imprenditori italiani di successo, in particolare quelli di Duisburg e Erfurt. Le pagine di “Santa Mafia” sono state annerite su richiesta dei tribunali tedeschi. Nell’ultima udienza non sono più comparsa personalmente perché l’ho considerato troppo umiliante essere ripetutamente minacciata in una aula del tribunale senza che nessuno intervenisse.

Tuttavia, dal punto di vista della ricerca antropologica, l’esperienza mi è stata molto utile: Se comunque non posso fare nomi, perché vengo querelata subito, perché dunque dovrei quindi farmi ostacolare dai vincoli di un libro non-fiction? Allora ho deciso di scrivere sulla mafia solo in forma di romanzo.

In questo momento ho appena completato il terzo manoscritto per un nuovo romanzo sulla mafia. I protagonisti sono, come negli altri due romanzi: Serena Vitale, una donna magistrato anti-mafia con radici tedesche e il (per lo più) coraggioso giornalista investigativo tedesco Wolfgang W. Wieneke.

E gli imprenditori italiani di successo fanno tutto per fornirmi ulteriori ispirazioni: Mentre scrivevo l’ultimo libro, sono stata querelata di nuovo da un imprenditore di successo di Erfurt. Avevo fatto il suo nome in un articolo su una sentenza del tribunale di Lipsia contro la televisione tedesca MDR – in seguito del loro documentario sulla ‘Ndrangheta a Erfurt.

Pochi giorni fa, ho avuto la sentenza: Secondo il tribunale di Lipsia sono colpevole di aver violato i diritti della personalità dell’imprenditore di successo italiano.
Poiché nessuno legge il miei articoli sulla mafia in Germania e il mio blog più attento di alcuni imprenditori italiani di successo in Germania, particolarmente quelli di Duisburg ed Erfurt, è probabile che il mio blog debba proprio a loro il maggior numero dei click.
Più che la querela dagli imprenditori italiani di successo però mi ha stupito l’atteggiamento della redazione per la quale ho scritto l’articolo, il „Freitag“ – un giornale noto per ostentare il suo grande impegno sociale. Alla mia domanda se la querela era arrivata anche alla redazione, ho sentito solo un „Oops – no, non abbiamo ricevuto niente qui, per quanto ne so“.

Poi hanno fatto scena muta. Nessuno della redazione mi ha chiesto se potessero darmi una mano, magari il sostegno di un avvocato – niente. Anzi, in obbedienza preventiva, il mio articolo online veniva cancellato già prima del processo. „Un peccato, sì, ma le spese legali sono per una piccola casa editrice come la nostra un bel peso“, mi facevano sapere.
Il fatto che le spese legali per una piccola scrittrice come me potrebbero significare forse un considerevole, se non un maggiore peso (ho incassato per l’articolo in tutto 321 euro), nessuno sembra esserselo chiesto.

Non mi sarei aspettata una reazione del genere – né che avrebbero cancellato il mio articolo in obbedienza preventiva, né che si sarebbero inchinarti già prima del processo – per non parlare di etica giornalistica.

Poco dopo di che mi è stato consegnato la querela, ho scritto una lunga mail al caporedattore Jakob Augstein – a sua volta erede del fondatore dello SPIEGEL. E lui, che di solito si esprime su tutti i possibili temi su tutti possibili canali – dalla A come „armi nucleari in Germania“ fino a Z come „zero speranze per i bambini del terzo mondo“ – stava zitto. Nessuno ha risposto. Poi ho capito il messaggio.

Mi sono ricordata una frase che mi ha detto una volta Alberto Spampinato, il fratello di un giornalista ucciso dalla mafia siciliana e fondatore di „Ossigeno per l’informazione„: „Chiunque scrive sulla mafia lo fa a  rischio e pericolo.“ Lo intendeva letteralmente. Perché con „a proprio rischio“ intendeva non solo pericolo per la vita, ma anche per l’integrità. Senza la viltà di molti e senza le bocche chiuse dei suoi simpatizzanti la mafia sarebbe stata sconfitta già molto tempo fa.

La querela mi è stato consegnata al mio indirizzo veneziano. Il quale si può conoscere magari facilmente tramite fonti disposti – ma non il piano in cui abito. Il piano lo può conoscere solo chi è stato in piedi davanti alla mia porta.

Sono piccole sottigliezze che si possono solo apprezzare quando si scrive di mafia “a proprio rischio”.

Comunque un’ottima fonte di ispirazione per i miei romanzi futuri.

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Mafia – senza fine.

Donnerstag, 26. Mai 2016

Angela Rossi, una casertana a Monaco, mi ha intervistato per il suo blog:

Quando e come è nato il tuo interesse per il fenomeno mafia?

“Ho iniziato ad interessarmi di mafia da studentessa, all’inizio un po’ ingenuamente, dopo aver letto Il Padrino di Mario Puzo. Poco dopo sono andata con il mio fidanzato dell’epoca in una vecchia Renault 4 dal Bacino della Ruhr, dove sono cresciuta, fino a Corleone. La mafia mi interessava perché la consideravo una specie di storia di famiglia, la storia di una famiglia perversa. Sono cresciuta in una grande famiglia di profughi tedeschi di cultura cattolica, dunque sapevo già cos’è il “familismo” amorale. Ma sono ripartita subito da Corleone, delusa perché avevo visto solo vecchi con i loro berretti seduti ai margini della strada: non rispecchiavano la mia visione romanzesca della mafia. Come giornalista sono ritornata a Palermo per la prima volta nel 1989, per scrivere un reportage sulla Primavera di Palermo. Ho incontrato non solo Leoluca Orlando, ma anche la consigliera comunale Letizia Battaglia, famosa fotografa-antimafia, e la figlia Shobba, anche lei fotografa, con cui lavoro ancora oggi. Mi sono lasciata contagiare dall’euforia e dall’entusiasmo che si respiravano allora in Sicilia. Falcone e Borsellino avevano rappresentato l’accusa nel maxiprocesso e noi giornalisti avevamo la sensazione di essere testimoni di un momento storico: quel momento in cui la mafia finalmente sarebbe stata sconfitta. Che così non fosse, lo avremmo capito più tardi”.

 

Hai un tuo blog , hai scritto libri, continui ad occupartene per tenere alta l’attenzione. Sei stata minacciata per il tuo lavoro e per quello che hai denunciato attraverso i tuoi articoli per diversi giornali ed i tuoi libri. Ci racconti cosa è accaduto?

“Sono anni che scrivo sulla mafia, in Italia. Per tanti giornali tedeschi: Die Zeit, Focus, Geo eccetera. Ovviamente mi è accaduto, come accade a tanti giornalisti italiani, di essere stata aggredita durante le mie ricerche; per esempio a Corleone da un figlio di Riina (per fortuna oggi in carcere) oppure a San Luca. Nel 2007, a novembre, ero a San Luca per scrivere un reportage. Volevamo scattare delle foto della casa dei Pelle – Vottari. Pochi giorni prima era stato scoperto lì un bunker, e credevamo che tutto l’edificio fosse stato requisito, cosa che invece si dimostrò un errore fatale. Mentre stavamo lì davanti, dieci uomini uscirono di corsa e ci circondarono, intimandoci di consegnare bloc-notes e macchina fotografica. Se non fosse intervenuta una pattuglia della polizia che passava da lì per caso, non so cosa sarebbe potuto accadere. Ma questi erano incidenti di percorso.

Era invece diverso quando ho scritto il libro “Santa Mafia”, che è stato pubblicato in Germania nel 2008, un anno dopo la strage di Duisburg. La mafia si è diffusa da 40 anni in Europa, in particolare in Germania dove è arrivata al seguito degli immigrati onesti italiani. Questo è un dato di fatto, confermato dalle indagini di inquirenti italiani e tedeschi. All’inizio, la mafia si è diffusa in Germania nelle regioni industriali, a Monaco, nella regione della Ruhr (dove sono cresciuta) e attorno Stoccarda. Ma oggi si trova dappertutto, anche in città apparentemente idilliache come Münster, città universitaria, oppure la regione attorno al lago di Costanza, dove gli inquirenti calabresi hanno scoperto l’anno scorso alcuni clan della ‘ndrangheta”.

Dopo la pubblicazione di “Santa Mafia”, Erfurt era una tappa prevista nel programma di presentazione del mio libro, che mi ha portato attraverso tutta la Germania, l’Austria e la Svizzera. Davanti alla libreria mi attendeva un ufficiale giudiziario che mi notificava un provvedimento d’urgenza richiesto da Spartaco Pitanti – uno dei protagonisti del mio libro: un ristoratore che lavorava da molto tempo a Erfurt e che era stato uno dei proprietari del ristorante “Da Bruno” a Duisburg. Secondo questa disposizione, tutti i passaggi del mio libro che riguardano le attività di Pitanti dovevano essere resi illeggibili e anneriti. Questo non è certamente un inizio gradevole per una presentazione, dove mi aspettavano più di cento persone. Ho letto quindi dal mio libro, tra l’altro, anche i passaggi che riguardavano San Luca, così come quelli in cui i pubblici ministeri spiegavano la consistenza criminale dei clan di San Luca, passaggi che parlano anche di riciclaggio del denaro sporco. Dopo la mia lettura, hanno chiesto la parola diverse persone, tra queste anche l’ex sindaco di Erfurt, che hanno messo in dubbio la veridicità delle mie argomentazioni e con una certa verbosità hanno sostenuto che il riciclaggio di denaro sporco non è possibile in Germania, cosa che ho trovato piuttosto bizzarra. Ancora più strana mi è sembrata tuttavia l’osservazione di un italiano che, dopo essersi alzato tra il pubblico, lodò il mio coraggio energicamente e con aria di sufficienza (“Ammiro il suo coraggio, Signora, ammiro molto il suo coraggio”), per poi accusarmi di avere sporcato l’onore di quei signori che avevano richiesto un provvedimento urgente contro di me. Questo signore proseguì con un lungo discorso in difesa di quelle stesse persone, discorso che consisteva sostanzialmente nel mettere in discussione le mie affermazioni. Un secondo italiano si alzò e mi diede della mafiosa. Era una situazione irreale. I tedeschi presenti erano molto confusi. Alla fine della serata, mi hanno raggiunta molte persone, tra questi anche italiani, che avevano capito esattamente cos’era successo e, preoccupate, mi chiedevano se fossi da sola ad Erfurt e se fosse necessario accompagnarmi in albergo.

Questo avvenimento per me ha rappresentato una svolta epocale. Non avrei mai immaginato di poter essere aggredita, inerme e apertamente, in pubblico. Poi seguirono processi, denunce penali, lettere e chiamate minacciose. Le autorità in Germania e in Italia sono state informate di tutto ciò che è accaduto e hanno preso provvedimenti adeguati. Per un po’ ho avuto la scorta quando ero in pubblico. Quando il mio libro “Santa Mafia” è uscito in Germania, ero tranquilla perché le mie informazioni sulle attività mafiose di alcuni membri del clan Pelle-Romeo e le loro relazioni amichevoli con alcuni politici tedeschi erano basate su vari rapporti della polizia giudiziaria tedesca, su investigazioni giudiziarie italiane e tedesche. Ma questo non è stato preso in considerazione quando alla fine i tribunali hanno fatto annerire alcune pagine del mio libro “Santa Mafia” . Fino ad oggi può essere venduto solo con pagine annerite. I citati rapporti del BKA (polizia federale), oltre ad essere considerati segreti, sono stati considerati dai giudici civili tedeschi “insignificanti” , nel senso che tre rapporti interni del BKA sulle attività della ‘Ndrangheta in Germania oltre a vari indagini della magistratura tedesca e italiani non sono stati considerati sufficienti per parlare delle attività losche di un “presunto” (come avevo scritto) membro della ‘Ndrangheta. Il giudice diceva che solo una sentenza definitiva avrebbe giustificato il parlare di mafia. Cosi la stampa viene privata del diritto alla “Verdachtsberichterstattung” , ovvero il dovere della stampa di riferire un sospetto. Se la stampa ha solo il diritto di riferire sentenze già avvenute, non può più fare il suo dovere di “cane di guardia”.

(mehr …)

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Palermo ist überall

Freitag, 15. Januar 2016

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Und dann war das noch in der Post: warme Worte der Salzburger Nachrichten über „Die Gesichter der Toten„.

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(K)alte Heimat

Donnerstag, 22. Oktober 2015

Nach der Preview in Genf ging es richtig los: „Die Gesichter der Toten“ on tour: Kamen, Dortmund, Frankfurt, Offenbach.

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(Ja, ok, in Kamen bin ich weltberühmt.) Dazu auch dieser Dialog: Verkäuferin: Sind Sie die Schriftstellerin? Ich: Hm, nicht DIE, aber eine. Verkäuferin: Ich habe Sie mir dicker vorgestellt.

In Dortmund hatte der WDR den Ehrgeiz, mich an den Dortmunder Schauplätzen meines Romans zu zeigen (Borsigplatz, Phoenixsee) – und was am Ende im Beitrag so aussah, sah während des Drehs so aus:

Petra Reski in Do2

Petra Reski in Do3

Petra Reski in Do5

Petra Reski in Do1

Das letzte Mal habe ich in Weißrussland so gefroren. (Danke an Holger Majchrzak für die Fotos!) Übrigens: Eine derartige Konsonanten-Ballung – jchrz – in einem Namen findet man natürlich nur im Ruhrgebiet!)

Es ging dann weiter mit einer schönen Lesung in Dortmund, im Bild unten der große Lauschangriff:

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Und dann: die Buchmesse. Ich betrat die Halle 3 und wurde fast von mir selbst erschlagen: überlebensgroß neben dem Wickert! – der im richtigen Leben übrigens genauso groß ist und mit dem zusammen ich

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kurz darauf beim sehr kurzweiligen KrimiSpeeddating auf dem Blauen Sofa saß, wo wir (zu sehen und zu hören hier) mit zwei weiteren Autoren, Oliver Bottini  und Ursula Poznanski. Sozusagen die Minilesung. Am Anfang mussten wir, was mich zuvor in Panik versetzt hatte, den einen (!) Satz zitieren sollten, der charakteristisch für das Buch sein sollte. Ich habe mich schließlich für diesen entschieden:

„(Ich) bin eine, die von jedem vorbeifahrenden Vollidioten verflucht und vom Obersten Richterrat wie eine Erstklässlerin gemaßregelt werden kann. Eine, die gehasst wird, weil sie allen in die Suppe spuckt, den Erfolgs-Unternehmern in ihre gefälschten Ausschreibungen, den Erfolgs-Politikern in ihren Stimmenkauf. Und als Belohnung werde ich irgendwann zur Ehrenbürgerin irgendeines Dreitausend-Seelen-Kaffs benannt, falls ich nicht das Glück habe, vorher in die Luft gesprengt zu werden. Scheißdreck.“ (Auszug aus: „Die Gesichter der Toten. Serena Vitales zweiter Fall.“)

Spät in der Nacht entdeckte ich dank meines Verlegers Daniel Kampa, dass der Barmann des Frankfurter Hofs auch ein Bücherfreund ist 😉 (Okay, etwas verschwommen und dunkel, aber so ist das nachts in Bars)

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Zwischendurch sprach ich noch in der Kulturzeit auf 3sat über Mafiacapitale (ok, ich sehe etwas ramponiert aus, liegt daran, dass ich erst wenige Minuten zuvor aus dem Taxi gefallen war), saß später auf der ARD-Bühne,

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zu sehen hier, wo ich, wie immer wenn es mir darum geht, etwas deutlich zu machen, ziemlich herumgefuchtelt habe. Das Leben in Italien hat eben seine Spuren hinterlassen.

Und in den wenigen Augenblicken, die mir blieben, wenn ich nicht gerade auf dem Weg zu irgendwas rannte, habe ich auch noch die Liebe auf der Buchmesse entdecken können.

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Casting aperto per spettacolo di mafia

Mittwoch, 04. Februar 2015

Il noto spettacolo di mafia del cantastorie Francesco Sbano si è spostato: Ieri ci si godeva di un’altra recita, questa volta alla televisione bavarese, nella trasmissione di Report München. In scena un tesoriere della ‘Ndrangheta e un pericolosissimo scafista libico. Presto Sbano farà un casting: Chi vuole travestirsi da boss della ‚Ndrangheta e farfugliare un po‘ con cappuccio sulla testa, è pregato di rivolgersi a Francesco SBANO, attualmente Bayerischer Rundfunk. Si raccomanda di sbrigarsi, in febbraio Sbano è impegnato in tribunale a Reggio Calabria, per aver minacciato i collaboratori del museo della ‚Ndrangheta e in particolare la scrittrice Francesca Viscone. Sbano è indagato per tre reati in concorso con il cantante Mimmo Siclari: ingiuria, minaccia e diffamazione.

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Il cantastorie

Montag, 12. Januar 2015

Si chiama Francesco Sbano. Giornalista, fotografo. Per qualche anno è stato lui il cantastorie dell’Italia in Germania. Purtroppo. Un video, „Uomini d’onore“. E le „Canzoni di mafia“. Con la stampa tedesca in sollucchero per tanto folclore, che ribadiva la diversità culturale e in fondo etnica del popolo degli spaghetti. Invano i giovani italiani venuti a Berlino portandoci, zaino in spalla, anche le nuove culture civili apprese a scuola e nelle associazioni hanno provato a denunciarlo, a spiegarlo. Non erano innocenti, non erano folclore, quelle canzoni. Ma apologia di ciò che a loro faceva più schifo. Vennero accusati di intolleranza culturale. Ora hanno vinto loro. E nella Berlino dove arrivano a fiotti soldi da riciclare in droga e ristoranti e pizzerie, cresce un altra Italia. Più giovane e colta, e che pratica e ama l’onestà dei modi. Che si tiene in rete, promuove le sue iniziative, le sue feste minuscole o grandi, stringe le sue alleanze. Come da sempre fanno gli „altri“, finora incontrastati.

 

Cosi ha scritto ieri Nando dalla Chiesa, sociologo e figlio del generale ammazzato dalla mafia et. al., Carlo Alberto dalla Chiesa, nel suo articolo „Verena, Michele e i ragazzi della Berlino antimafia“ nel Fatto Quotidiano. Nando dalla Chiesa tiene un corso sulla criminaltà organizzata all’università Humboldt di Berlino fino al 6 febbraio.

 

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Il mentire vero

Sonntag, 24. August 2014

Cover

Il 8 settembre esce in Germania il mio nuovo libro: „Palermo Connection„. Un romanzo. – Un romanzo? Vuol dire tutto inventato? –  Si. E perché?

Perché ho preso a cuore quello che lo scrittore francese Louis Aragon  definiva il „mentire vero“: le mentir vrai.  Lo scrittore svela la realtà inventandola.

Certo che la mia protagonista, una donna magistrato di nome Serena Vitale (si fa chiamare Serena, perché il suo nome di battesimo è Santa Crocifissa Vitale, poveretta)  è completamente inventata. Anche il suo processo contro un ministro accusato di collaborare con la mafia è inventato. Pure il ministro è inventato. Anche il giornalista tedesco Wolfgang W. Wieneke esiste solo nella mia fantasia. E pure è tutto vero.

Per citare Umberto Eco: ”E ovvio che chi fa metafore, letteralmente parlando mente – e tutti lo sanno. Ma questo problema si ricollega a quello più vasto dello statuto aletico e modale della finzione: come si fa finta di fare asserzioni, e tuttavia si vuole asserire qualcosa di vero al di là della verità letterale.”

E proprio questo che ho voluto fare con „Palermo Connection„. Ho mentito. Per dire la verità.

P.S. Ecco il trailer per il mio libro.

(Per chi non parla tedesco, qui la traduzione del trailer: Palermo Connection. La mafia è al potere/domina Palermo/la Sicilia/ tutta l’Italia/ con terrore e stragi/e con rapporti eccellenti/ Serena Vitale, magistrato antimafia/ da la caccia ai boss/ e a chi sta dietro/la mafia è il braccio armato della politica/ Serena Vitale è sola/deve concludere il suo impegno/ perché lo deve ai morti.)

P.S. Scusate il mio italiano sempre un po‘ pressappochista.

 

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