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PETRA RESKI

L’acqua alta a Venezia ha poco a che fare con il cambiamento climatico. È il risultato di una politica eccessivamente avida. Nella città lagunare le campagne di disinformazione hanno una lunga tradizione. Racconta una abitante.

Di Petra Reski

La sirena dell’acqua alta suona come se stesse mettendo in guardia da un attacco aereo. Un brusio simile a quello di una sega circolare, un suono cristallino che penetra nelle orecchie come un acufene che lentamente si intensifica, che annuncia lo stato d’allarme con un timbro stridulo e metallico. Se la sega circolare suona quattro volte in scala crescente, sappiamo che un’acqua alta eccezionale è imminente, più di 1,40 metri, a causa dei quali il 90 per cento di Venezia finisce sott’acqua e nella hall in cui ci troviamo – nella migliore delle ipotesi – questa arriverebbe fino alle ginocchia. In 30 anni a Venezia mi sono abituata allo stato d’emergenza, tuttavia non all’apocalisse che si sta verificando da una settimana: in ginocchio cerchiamo di salvare la nostra esistenza. E, oltre a ciò, dobbiamo anche subire la beffa di sentire la classe politica responsabile della distruzione della laguna farneticare di problemi burocratici che impediscono di proteggere realmente Venezia dall’acqua alta.

Sì, a Venezia siamo amareggiati: vediamo i turisti che dalle passerelle si lasciano cadere in acqua. Che in questo momento le barche per le escursioni con i gruppi di turisti cinesi sono in modalità turismo catastrofico. E che i politici arrivano con gli stivali di gomma per fare la passerella in Piazza San Marco – la quale si trova nel punto più basso di Venezia e, pertanto, già con un livello modesto delle acque, viene sommersa da un metro. Siamo amareggiarti perché quanto è accaduto a Venezia era assolutamente prevedibile.

Le cause dell’acqua alta sono note a tutti gli abitanti di Venezia, noi tutti sappiamo che Venezia non è vittima di una catastrofe naturale, bensì dell’avidità: l’acqua alta è opera dell’uomo. Come tanti veneziani, anch’io ho una barca e constato con i miei occhi come la laguna attorno a Venezia, che dovrebbe essere nettamente separata dal mare da isole e lingue di terra, si sia trasformata in un braccio di mare aperto. Per salvare Venezia, innanzitutto occorrerebbe che il porto situato nella laguna venisse chiuso e, in seconda battuta, che i canali profondi fino a 59 metri venissero parzialmente rinterrati: la laguna ha una profondità media di appena un metro e mezzo e non era fatta per le imbarcazioni con pescaggio – non per le petroliere, non per i portacontainer e a maggior ragione non per le navi da crociera che ad oggi transitano tutte in laguna.

Il risultato di una carambola di massa

E non era fatta neppure per l’isola di cemento, grande ben nove ettari, che è stata realizzata alla bocca di porto di Lido per restringere l’accesso al mare affinché potessero essere installate le paratoie del sistema di dighe mobili, cinicamente chiamato MOSE. È un luogo che mi attrae particolarmente: alla vista del cemento nella laguna mi sento sempre come una curiosona che rabbrividisce sul luogo dell’incidente. Quanto si vede in quel luogo è il risultato di una carambola di massa – quando a causa della troppa velocità e per l’assenza di distanza di sicurezza tutti i partiti italiani si sono schiantati contro la realtà.

Per realizzare le dighe, i tre accessi al mare sono stati nuovamente approfonditi – gli esperti consideravano il progetto delle barriere obsoleto già prima che se ne desse l’avvio. Malgrado ciò, da 16 anni si continua a costruire e a spendere: il piano faraonico si è trasformato nel più grande scandalo di corruzione dal dopoguerra. Ciò che ne resta è questo monumento alla corruzione: sette miliardi di euro risucchiati dal mare e dalle tasche della classe politica.

È proprio ciò di cui il sindaco non parla – e neppure del fatto che l’allerta sulla più devastante acqua alta da 53 anni a questa parte sia stata data in ritardo. Già da diverso tempo il Centro maree di Venezia, che è alle dirette dipendenze del sindaco, è al centro delle critiche. In ultimo, già un anno fa, al comune fu rimproverato di aver giocato con le cifre dell’acqua alta – quando come per magia, poco prima di toccare quota 1,60 metri, l’acqua aveva, secondo il centro maree, smesso di salire (dal metro e sessanta scatta lo stato d’emergenza).

Le campagne di disinformazione sono una tradizione

E anche questa volta si è parlato di evitare assolutamente di scatenare il panico: a Venezia le campagne di disinformazione hanno una lunga tradizione. Fin dalla pubblicazione del racconto “Morte a Venezia” di Thomas Mann, sappiamo come nel 1911 l’epidemia di colera venisse tenuta nascosta. In quell’estate, quando a Venezia si registrarono molti casi, gli alberghieri e la città di Venezia finanziarono annunci che occupavano intere pagine dei giornali per comunicare che Venezia, la reginetta di bellezza dell’Adriatico, poteva annoverare una nuova attrazione: il Lido. Altro che voci di allarme soffocate, lo stato di salute è dei migliori: suvvia, andate a Venezia!  Nella Venezia moribonda.

Di comune accordo la classe politica italiana si fa ora scudo dietro la figura del sindaco, il quale, infatti, è stato nominato commissario dell’emergenza – Luigi Brugnaro non poteva desiderare una piattaforma elettorale migliore: l’anno prossimo vorrebbe vedersi riconfermato nel suo incarico. Tuttavia, per lui non hanno votato i 52.000 veneziani, bensì gli abitanti della terraferma, i quali non devono temere né dell’acqua alta né delle frotte dei turisti. Quasi nessuno sa che Venezia costituisce un’unità amministrativa con Mestre, la porzione di città che si trova sulla terraferma. Il primo dicembre, con un referendum i veneziani tenteranno per la quinta volta di ottenere l’autonomia della loro città. Sono convinti che salvare Venezia sia possibile solo riportandola ad essere un comune autonomo.

Traduzione dal tedesco di Stefano Porreca

Articolo originale pubblicato il 17-11-2019 sulla Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung

 

 

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