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PETRA RESKI

Ok, anche noi in Germania non sappiamo molto dell’Ucraina. Ma a causa della nostra posizione geografica, la Germania è più vicina all’Est che l’Italia, dove Ucraina, Russia, Moldavia, persino Polonia e Romania sono tutte sussunte sotto un infausto „Est“. Ma ora, dopo lo scoppio della guerra, visto che anche questo Est si è avvicinato un po‘ all’Italia, ho pensato che sarebbe stata una buona idea parlare con i giovani ucraini sulla loro vita a Venezia. Uno di loro è Misha, che si racconta qui.

 

Partiamo dall’inizio: immigrai in Italia ancora nell’ormai lontano 2008, avevo 13 anni. Mi trasferì con mia mamma per raggiungere mia nonna, soprattutto, per ragioni economiche. Sin da quando mi spostai qui ho sempre vissuto a Pordenone. In Italia ci ho passato la maggior parte della mia, ci ho costruito le amicizie più profonde e i contatti più duraturi, ci ho studiato e mi ci sono laureato. Eppure, mi sembrava sempre che non fosse abbastanza, me ne resi conto nel 2018 quando per via del “famoso” decreto sicurezza un certo politico fece prolungare i tempi di attesa per il conseguimento della cittadinanza. Così oggi dopo 14 anni di vita in Italia non ho ancora il diritto al voto, e nemmeno quello di partecipare ai concorsi pubblici.

 

Non siamo mai stati i fratelli minori della Russia

A Venezia sono arrivato per una decisione personale: Volevo iscrivermi ad un corso di laurea magistrale solo in un contesto internazionale, volevo immergermi davvero nel mondo delle relazioni internazionali, e grazie alla Ca’ Foscari ho avuto il modo di farlo. Trovandomi in un ambiente completamente diverso rispetto a quello della mia laurea triennale a Udine, a Venezia ho avuto il modo di conoscere e di confrontarmi – oltre ai miei diretti connazionali – con tantissimi studenti stranieri, molti dei quali provenienti dai paesi vicini, dal punto di vista storico, all’Ucraina: dalla Bielorussia, dal Kazakhistan, e persino dalla Russia. Non avevamo mai avuto problemi nel relazionarci avendo la lingua franca comune: il russo. Però c’è da sottolineare una cosa che forse non spesso è chiara a molti europei: il rapporto che c’è tra di noi non è paritario, io – da ucraino – so della cultura russa perché mi è stata imposta, loro – i russi – della cultura ucraina, nella stragrande maggioranza dei casi, non sanno niente; ed è un grande problema in quanto a volte questo li porta a pensare di essere più importanti – da qui agli ucraini non è mai andata bene la interpretazione che spopola nei loro media, i “nostri fratelli minori”, perché no: noi minori di loro non siamo mai stati.

 

L’Ucraina? All’inizio solo un calciatore


Per quanto invece la mia impressione della percezione da parte degli italiani di quel che è l’Ucraina, c’è da dire che varia molto dalle passioni di una persona. Sono cresciuto tra gli italiani, anche perché vivendo in provincia non ho avuto molti mezzi per poter avere qualche contatto con i miei connazionali di proposito, la popolazione straniera cerca di integrarsi il più possibile, tant’è che le differenze culturali negli anni vanno stemperandosi.
All’inizio è stato difficile, come lo è per tutti, la conoscenza dell’Ucraina nella cultura di massa in Italia versione 2008 si limitava a Shevchenko e ad una vaga associazione del mio paese alla Russia, con quel “dai, insomma, siete lì”; senza nemmeno accennare della lingua. Alla mia affermazione di poter parlare sia l’ucraino che il russo persino alcuni dei miei conoscenti più colti fino a poco tempo fa rispondevano con un “ma non sono uguali?”; mi ritengo bravo a celare le emozioni, però ammetto che faceva male ogni volta sentire questo disprezzo.

Un paese che lotta da 400 anni contro l’oppressione


Man mano con gli anni, passando attraverso le proteste del 2013 e le occupazioni del 2014, la gente iniziava a capire che l’Ucraina fosse un paese a sé, pieno di persone pronte a versare il sangue per la propria libertà, come lo stiamo facendo da ormai 400 anni di oppressioni, prima sotto l’Impero russo, poi sotto la dittatura sovietica. E qui faccio un occhiolino ai miei conoscenti radical chic che tuttora difendono con ferocità Iosif Stalin e i milioni di morti che questa bestia senza anima si è portata insieme a sé nella tomba: la vostra arroganza è rivoltante – anche adesso per colpa del nuovo zar 2.0. La cosa che più spesso mi sono sentito dire al riguardo era: “ma è vero che in Crimea la maggior parte della popolazione è russa?”. Spesso la risposta si lasciava attendere un po’, anche perché bisognerebbe sfiorare un genocidio e molte deportazioni per spiegare che la penisola di Crimea non è né de iure né de facto russa, è il territorio ucraino con una popolazione molto varia, che poi però è stata artificialmente “ritoccata”. Anche perché se dovessimo risalire alle origini dovremmo darla alla Grecia al giorno d’oggi. Oltretutto c’era il discorso delle sanzioni, su quelle ne ho sentite a bizzeffe, partendo dal “fanno male solo all’Europa” e finendo con il “ma allora bisogna sanzionare tutti (intendendo gli USA)”.
Dopo il 24 febbraio. Che dire, sì, sicuramente vedo molto sostegno e molta voglia di aiutare in qualche modo, indubbiamente. Molte delle persone che non sentivo da anni si sono rifatte vive per chiedermi come stavo, fa piacere che la gente si ricordi di te. Anche in giro percepisco molto movimento legato alla beneficenza, agli aiuti umanitari, sento la umanità delle persone, tra le mille voci discordanti che si possono vedere nei commenti su internet, una cosa mi è chiara: la maggioranza della gente qui vuole partecipare alla nostra causa e cerca di capire il nostro dolore. E ve ne siamo immensamente grati, sappiatelo.

I Bot di Putin e l’ingenuità politica


Dal punto di vista informativo ci sono molti problemi però, ma non solo in Italia. Essendoci aggiornamenti ogni cinque secondi è difficile concentrarsi per capire l’andamento e ristabilire la cronologia degli eventi, maggiormente se non si è mai interessati alla questione precedentemente. Adesso sembra che la geopolitica sorpassi nel seguito persino le moviola di serie A, vedo tutti vogliosi di farne parte. Noto questo desiderio di voler sfoggiare le proprie “conoscenze”, senza preoccuparsi del fatto che magari provengano da una fonte legata alla propaganda russa. Voglio credere che questo è perché molti sono convinti di non cadere nella trappola della propaganda del Cremlino perché pensano – sbagliando – che sia qualcosa di troppo lontano, a differenza della propaganda di Washington. Me ne sono reso conto l’anno scorso dopo l’incarcerazione di Aleksei Navalny: la sezione commenti del post al riguardo su Instagram di Amnesty Italia era colma di vipere che ripetevano solo “è un nazista”; e non ci crederò mai che fossero esclusivamente i bot di Putin. Senza parlare poi delle pagine che glorificavano Putin e non facevano ridere, come “I figli di Putin”, spero vivamente l’abbiano chiusa. Ultimamente ho smesso di seguire tanti dei miei conoscenti sui social perché li vedo condividere i messaggi inculcati dalla propaganda di Mosca: a volte diventa davvero troppo quando la gente pensa di saperne una in più del diavolo e si mette a giustificare un’invasione armata con delle teorie pseudo geopolitiche quanto meno insulse.

Non esiste la neutralità

In questa guerra non esiste la neutralità: da una ci sono le vittime civili e le persone che stanno perdendo tutto, dall’altra un popolo inerte che accetta di vivere in una dittatura da ormai 22 anni pensando che tutto passerà da sé. A voi la scelta.



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