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PETRA RESKI

In occasione della proiezione  del documentario “Shooting the mafia” su Letizia Battaglia, ho scritto una recensione per la Taz. Ecco la traduzione:

 

Letizia Battaglia è la prima fotografa antimafia siciliana. Il documentario Shooting the Mafia non mostra solo la sua lotta alla mafia, bensì anche quella contro la famiglia

 

DI PETRA RESKI

 

“La macchina fotografica è stata l’occasione della mia vita”, afferma Letizia Battaglia – prima che si veda un agnello cadere in ginocchio. Colpo di pistola a proiettile captivo e controluce neorealista. I macellai scuoiano il corpo fumante e la voce narrante spiega in inglese, con il tono gracchiante e militaresco degli anni ’50, che in Sicilia la mafia non controlla solo le attività legate ai mattatoi, ma anche quelle connesse ai cimiteri. Bare comprese. Shooting the Mafia: è così che si chiama il documentario iconografico sulla fotografa Letizia Battaglia.

 

Sangue, morte e Neorealismo sono i pilastri del lavoro della fotografa siciliana che è stata la prima donna a fotografare la mafia ed è diventata così una leggenda vivente. E che ancora oggi, all’età di 84 anni e con i capelli tinti di fucsia (a volte anche di rosa), ama, con grande fragore, mandare all’aria le attese borghesi – come fa un bambino con un sacchetto di carta.

 

In un turbolento collage di interviste, foto e documenti televisivi, di filmati super 8 privati e citazioni cinematografiche, montato sulle note di O sole mio e Volare, la documentarista britannica Kim Longinotto racconta la vita di Letizia Battaglia.

Poiché la vita da sposa dell’erede di una dinastia siciliana di torrefattori non le bastava, Battaglia ha reinventato se stessa. A 36 anni, già madre di tre figlie, da moglie borghese siciliana si è trasformata in una leggenda che fuma senza sosta: prima fotografa antimafia siciliana, responsabile della fotografia per il quotidiano L’Ora. Incomincia a scattare foto perché i testi corredati di immagini venivano pagati meglio di quelli che ne erano sprovvisti. Letizia Battaglia è sempre stata allo stesso tempo pragmatica e idealista.

 

La documentarista Kim Longinotto è nota soprattutto per i suoi lavori sulle donne, un film su Letizia Battaglia, perciò, è una naturale conseguenza – visto che la più grande battaglia della sua vita non è stata quella contro la mafia, ma contro la sua stessa famiglia: ha lottato contro le aspettative che in Sicilia solevano essere riposte in una donna, si è ribellata alle sue origini borghesi e a suo padre, ha combattuto contro il proprio marito e forse anche contro le proprie figlie. E anche il racconto che al termine del film fa con soddisfazione sul suo nuovo partner, un fotografo di 38 anni più giovane e che ama i transessuali, rientra nel progetto di vita di Letizia.

 

Shooting the mafia: in Palermo shooting, in cui recita la stessa Battaglia, Wim Wenders ha già strapazzato questo doppio senso. Nella Sicilia di oggi lo shooting è diventato un prodotto che viene venduto ai turisti delle crociere sotto forma di grembiuli da cucina, statuette in terracotta e portacenere. E naturalmente anche il film di Longinotto si dà un gran da fare con i miti comprovati della mafia, con i boss che fumano sigari nelle aule bunker, con la mattanza come metafora preferita sulla mafia, con le brillanti operazioni condotte dai carabinieri al momento dell’arresto dei boss Totò Rina e Bernardo Provenzano, definito da un anchorman, in tutta serietà, “un genio del male”. Che la mafia sia di più che una narrazione di eroi e furfanti affiora solo brevemente quando nel duomo di Palermo la gente urla “Assassini” ed è quasi sul punto di linciare i politici presenti ai funerali di Paolo Borsellino, il giudice assassinato nel 1992.

 

Letizia è la prima persona che ho conosciuto a Palermo, in quell’aprile del 1989 quando nella Germania dell’Est il cemento armato si sbriciolava e anche in Sicilia sembravano vacillare le basi su cui la mafia aveva, per oltre un secolo, costruito il suo dominio. Oggi sappiamo che eravamo in errore.

“Sfortunato il Paese che ha bisogno di eroi”, diceva Brecht. La narrazione degli eroi, infatti, solleva l’individuo dalle sue responsabilità. E annebbia lo sguardo sulla realtà. La marcia trionfale della mafia attraverso il mondo è iniziata quando gli eroi sono stati proclamati santi.

 

Traduzione di Stefano Porreca

 

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