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PETRA RESKI

Quando ho letto oggi la notizia dell’ictus di Massimo Ciancimino, ho sentito un grande dolore – e anche vergogna. Vergogna per tutti noi. Noi, giornalisti che abbiamo scritto – alcuni anche lunghi libri – su di lui, noi che facciamo parte di quello che si chiama il “movimento antimafia”, noi che siamo orgogliosi di fare parte della cosiddetta “società civile”. Perché noi tutti abbiamo fatto mancare a Massimo Ciancimino ciò che si chiama: umanità.

Massimo Ciancimino è stato usato – e poi buttato. Anche se tutti sanno che senza le sue dichiarazioni non ci sarebbe stato il processo sulla Trattativa – il vergognoso patto tra lo Stato italiano e la mafia – un patto che dura ancora oggi: l’isolamento di Massimo Ciancimino ne è la migliore prova.

Quando l’ho incontrato la prima volta, a Palermo, nell’epoca non sospetta quando Massimo ancora non aveva fatto le sue dichiarazioni, tutta Palermo gli girava attorno come le falene attratte dalla luce. Quando l’ho incontrato la prima volta dopo le sue dichiarazioni – su poliziotti, magistrati, giudici e politici che avevano amichevolmente frequentato la casa di suo padre – Massimo Ciancimino era già dichiarato “un morto che parla”, dileggiato e calunniato dalla stampa e dai cortigiani del potere. Visto chi non bastava, gli mettevano la dinamite davanti alla porta.

Chi te l’ho ha fatto fare? Si chiedevano in tanti. Volevi dire la verità? Ma chi se ne frega della verità? Perché non hai fatto come le figlie di Mangano o i figli di Provenzano? Saresti stato tranquillissimo.

Invece cosi, sua famiglia prendeva le distanze, perdeva la moglie e anche il figlio perché velocemente è avvenuto quello che si chiama in siciliano mascariare, tingere con il carbone. Basta un po’, ma l’ombra rimane. L’ombra del sospetto. E cosi fu per Massimo Ciancimino dopo aver violato il patto: mai toccare i piani alti.

Ci sono in tanti che hanno pagato un prezzo molto alto dopo averne parlato, basta ricordarsi la strana morte del giudice Gabriele Chelazzi che indagava sui mandanti delle stragi. Oppure la morte altrettanto strana del consigliere di Napolitano, Loris D’Ambrosio, dopo aver solo accennato quanto soffriva – come scriveva in una lettera a Napolitano – del “timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. Accordi che riguardavano il periodo 1989-1993.

Cosa posso dire oggi di Massimo Ciancimino? Si, è vero, sono convinta che sia pazzo. Perché solo un pazzo poteva credere nella giustizia – e nell’umanità di tutti noi.

 

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