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PETRA RESKI

Il resto della vita

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Quello che vorrei sottolineare è che la nostra iniziativa dedicata alla salvaguardia delle librerie a Venezia è sopratutto un iniziativa in difesa della vita quotidiana a Venezia. (E non come uno potrebbe pensare: Ah, sono scrittori e per questo motivo difendono le librerie! Come uno che fa vetro ed è interessato all’esistenza dei negozi di vetro di Murano.)  Perchè altrimenti, sarebbe, come ha osservato giustamente, Italia Nostra; ” E’ come cercare di salvare una spiga quando tutto il campo di grano è invaso dalle cavallette.”

La vita è diventata difficile per le librerie in tutto il mondo per causa della concorrenza online. Ma a questo si aggiunge il fatto che a Venezia sparisce tutto ciò che rappresenta un ostacolo al fondamentalismo turistico, tutto quello che non è utile ad una strategia che mira a completare la trasformazione di Venezia in un grande museo con case vuote (da affitare in nero) e pizza a taglio.

Mi sono trasferita a Venezia in 1991 – e mi deprime il fatto che anch’io stessa sono diventata in questi anni testimone della scomparsa della vita quotidiana a Venezia. Quando sono arrivata qui  vent’anni fa erano 20 000 veneziani in più, ma sempre tre volte meno che negli anni Sessanta. Su 58 745 veneziani che restano arrivano quotidianamente 83 000 turisti. Questo non dà la cifra propagandata di 22 milioni di visitatori all’anno, ma piuttosto 30,3 milioni. Un numero stimato e pubblicato da Italia Nostra.

Mentre i veneziani hanno dovuto trasfersi sulla terraferma in alloggi a prezzi abbordabili, e la vita quotidiana veneziana è evaporata come una pozzanghera al sole.  Il mio negozio di alimentari in Calle della Mandola ora vende gelati, il macellaio si è trasformato in un negozio di borse cinesi, il mio panificio in Calle 22 marzo appartiene oggi a Bulgari. Solo nel mio quartiere sono state chiuse la libreria Tarantola a San Luca, la libreria Fantoni, Mondadori, e Sansovino qui in Piazza San Marco – che ora vende collanine di vetro.

Prima dal panettiere faticavo ad avere la meglio sulle nonne veneziane che si facevano largo con destrezza, oggi sono spariti sia il fornaio veneziano che le nonne. Quando sono arrivata qui, sono stata frustrata che tutti parlavano in una lingua che non capivo: il venessian. Oggi, che sono in grado di capire il dialetto veneziano, non c’è più nessuno che lo parla. In 1998 ho fatto un documentario con il titolo „Gli ultimi veneziani“ – pensavo di descrivere il punto più basso della vita a Venezia – non mi immaginavo che la vita quotidiana potesse scomparire del tutto.

Oggi, un terzo delle abitazioni veneziane sono case per le vacanze che vengono affittate in nero. Nel nostro palazzo mi imbatto ogni giorno in visi sconosciuti, una volta una famiglia russa, una volta una coppia inglese o una coppia francese.

Il turismo non ha reso ricca Venezia, l’ha impoverita. Qui si arricchiscono solo i marchi di lusso, gli speculatori immobiliari e chiunque ha abbastanza soldi per affittarsi un museo a scopo privato. A Venezia si è forte con i deboli e debole con i forti. Una piccola libreria riceve una multa di 1000 Euro per una locandina grande come un foglio di carta – mentre i manifesti grandi come piscine olimpioniche appesi in Piazza San Marco non danno nessun fastidio alla sopraintendenza.

Si, le regole vanno rispettate. Ma allora qualcuno deve anche spiegarci dove è scritto la regola che si può trasformare un monumento rinascimentale come il Fondaco dei Tedeschi in un centro commerciale con scale mobili?

Mi ricordo anche il mio stupore quando fu costruita il ponte Calatrava – non capivo la necessità urgente di quel ponte visto che si poteva tranquillamente andare a piedi da Piazzale Roma al centro oppure prendere il vaporetto. Finch’e ho capito che si trattava di un regalo per Benetton. Ma se si può regalare un ponte a Benetton con i soldi pubblici, forse si può anche mantenenere il piccolo resto di vita quotidana a Venezia?

Posso in qualche maniera paragonare Venezia con Berlino – all’epoca in cui c’era ancora il muro. Ma chi si trasferiva a Berlino, non doveva fare il servizio militare e aveva grandi vantaggio fiscali. Chi mantiene un resto della vita quotidiana a Venezia – in mezzo alla speculazione immobiliare e in mezzo all’acqua alta, non deve essere punito, ma sostenuto.

 



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