Mit ‘Mafia’ getaggte Artikel

Davanti alla legge.

Samstag, 18. November 2017

Nel numero N° 47/2017 del settimanale DIE  ZEIT, Christof Siemes ha spiegato in maniera netta e comprensibile a tutti di cosa si tratta: Non della mia persona ma della libertà della stampa in Germania.

 


Davanti alla legge.

Perché la giornalista investigativa pluripremiata Petra Reski continua a scrivere sulla mafia solo in forma di romanzo.

di Christof Siemes

«Non ho paura della mafia, ma della viltà degli onesti», si dice in “Bei aller Liebe” (Con tutto l’amore), l’ultimo romanzo di Petra Reski sugli intrighi della mafia in Italia e in Germania. Ciò che nel libro mette in bocca a una procuratrice immaginaria, l’autrice insignita di premi potrebbe dirlo a buon diritto anche di sé stessa. Da anni in saggi, articoli di giornali (anche per die Zeit) e romanzi si occupa dei crimini di Cosa Nostra e co.; per un certo tempo ha potuto comparire in pubblico solo sotto protezione della polizia. Ma la maggior parte dei problemi per il suo lavoro meritorio li ha attualmente non con qualche losco figuro, ma con le finezze della giustizia tedesca e internazionale così come con un famoso editore di Berlino.

Due settimane fa il tribunale di Amburgo ha pronunciato l’ultima sentenza in una serie di processi nei quali Petra Reski è coinvolta da anni. Questa volta lei stessa aveva intentato un’azione legale – contro Jakob Augstein, erede dello Spiegel, editore e caporedattore del settimanale „Der Freitag“. A marzo 2016 vi era apparso l’articolo della Reski “Ai boss piace il tedesco”, nel quale, tra l’altro, scriveva di un processo che un uomo d’affari italiano di Erfurt aveva intentato con successo contro un documentario sulla mafia della rete televisiva MDR, nel quale egli si riteneva rappresentato come presunto affiliato alla mafia. Nel suo articolo la Reski faceva il nome del ristoratore – credendo si trattasse di lecita cronaca giudiziaria. Egli ha tuttavia querelato in un primo tempo la Reski personalmente per violazione dei suoi diritti della personalità, e successivamente il „Freitag“, che in seguito a ciò ha tolto l’articolo dalla sua pagina web e – contrariamente all’abitudine del mondo dei media – ha lasciato sola la sua autrice ad affrontare le scaramucce giudiziarie.

Augstein, sempre molto combattivo dalle sue colonne del suo Spiegel online, ha rifiutato alla giornalista investigativa indipendente Reski la difesa legale, e come se non bastasse, ha messo per principio in dubbio la serietà del suo lavoro in diversi tweet e prese di posizione. Lei ha sporto querela contro cinque di queste dichiarazioni, tre delle quali adesso Augstein non potrà più ripetere. Il danno però rimane: da un lato la Reski è costretta a sostenere la maggior parte delle spese legali, dall’altro Augstein può ad esempio, con riferimento all’autrice, continuare ad affermare che le redazioni «non sono un’assicurazione di tutela legale per inchieste di scarsa qualità». Anche se Petra Reski ricorrerà in appello contro la sentenza – quale giornalista oserà adesso scrivere un articolo sul tema mafia, se perfino noti editori temono il rischio inevitabilmente collegato a questo e alla minima contrarietà prendono le distanze dai loro autori?

Di diverso genere è il dilemma reso chiaro da una sentenza della corte di giustizia europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo. Questa volta si tratta del saggio di Petra Reski “ Santa Mafia” del 2008. Anche contro di esso aveva sporto querela un uomo d’affari italiano, che si vedeva ingiustamente indicato quale «presunto affiliato alla ‘Ndrangheta», la mafia calabrese.

Su un simile sospetto è lecito scrivere se questo può fondarsi su un «minimo di prove». Come tali la Reski nel suo libro citava tra l’altro rapporti interni della polizia criminale tedesca BKA; lungo i diversi gradi del processo ella ha inoltre addotto ulteriori atti, come pure dichiarazioni giurate di investigatori italiani. Il numero due della Procura nazionale  antimafia si è persino offerto egli stesso di testimoniare dinanzi a un tribunale tedesco sui coinvolgimenti del querelante.

Tutto questo materiale, però, non è stato accettato dalla giustizia tedesca quale fonte cosiddetta privilegiata. Una protesta presentata alla Corte Costituzionale Federale tedesca è stata respinta; la casa editrice della Reski Droemer Knaur (che, diversamente da Augstein, è rimasta fedele alla sua autrice nel processo che dura da anni) ha annerito i passi corrispondenti nel libro, ha pagato all’uomo d’affari 10.000 euro di risarcimento danni – e si è infine rivolta alla suprema corte europea. Qui adesso non si discute più il caso concreto; nel processo dell’editore della Reski contro la Repubblica Federale tedesca si tratta di una questione ben più importante: la giustizia tedesca con le sue sentenze ha violato in questa faccenda il diritto alla libertà d’espressione?

Sei dei sette giudici dicono di no. Come fonti di cronaca anche i giudici di Strasburgo accettano – come precedentemente i loro colleghi tedeschi – solo dichiarazioni di una procura inquirente accessibili al pubblico da parte o sentenze passate in giudicato. Ciò significa che i rapporti della polizia criminale tedesca BKA e altri documenti interni non sono pertanto sufficienti per poter scrivere articoli sul sospetto di intrighi mafiosi, facendo menzione di nomi veri.

Il pensiero che vi sta dietro è del tutto comprensibile: la tutela della personalità è un bene prezioso; un sospetto viene rapidamente messo in giro, e già un annuncio anonimo può portare alla stesura di un verbale da parte delle autorità inquirenti, che però non vale ancora automaticamente come fonte. Se si vogliono tuttavia sfruttare tali documenti interni – e senza di essi il giornalismo investigativo è assolutamente impossibile -, l’interessato, prima della pubblicazione del suo nome, deve essere messo a confronto con le informazioni e deve essere richiesto il suo parere. I giudici europei lo hanno ancora una volta espressamente sottolineato.

Nel caso di un servizio giornalistico sulla mafia, questo modo di amministrare la giustizia sembra però piuttosto lontano dalla realtà. Senza il sostegno di una grande redazione un’autrice indipendente deve andare incontro alla prevedibile smentita, così da venire fra non molto pedinata e minacciata, come è successo a Petra Reski? Una giudice della Corte di Giustizia europea, comunque, non ha voluto appoggiare questo primato assoluto della tutela della personalità davanti al diritto alla libertà di opinione. Forse è dovuto al fatto che Nona Tsotsoria proviene dalla Georgia, dove avrà fatto esperienza con le strutture mafiose. Nel suo voto divergente dal giudizio dei suoi colleghi considera i rapporti interni fonti del tutto ufficiali e deplora profondamente «questa inquietante distanza dalla comune interpretazione della giustizia».

In Italia, dove Petra Reski vive da decenni, la situazione della giustizia è diversa per via delle esperienze nella lotta antimafia in molti ambiti. Ad esempio lì è già configurazione di reato la semplice appartenenza alla mafia. Inoltre per evitare il riciclaggio di denaro sporco si è invertito l’onere della prova: chi investe grandi quantità di denaro contante deve essere in grado di dichiararne la provenienza – in Germania invece spetta alle autorità inquirenti dimostrare eventualmente che il denaro proviene da affari illeciti. Per quanto riguarda la cronaca, nella patria di Cosa Nostra è lecito citare, facendo i nomi, da tutte le fonti disponibili; queste comprendono anche i protocolli delle molte intercettazioni ambientali, che a questi livelli non verrebbero mai concesse in Germania, ma senza le quali la lotta antimafia è praticamente impossibile. (Che questa prassi abbia anche i suoi lati negativi e che nelle intercettazioni possano comparire persone completamente estranee, è indiscutibile.) Naturalmente anche in Italia presunti mafiosi sporgono querela contro articoli su di loro. Ma non le è noto un solo caso in cui un giornalista con fonti interne sia stato sconfitto dinanzi a un tribunale, dice Petra Reski.

Per potersi poi permettere di affrontare altre cause con Augstein e con l’uomo d’affari di successo di Erfurt, ha organizzato una colletta; 262 sostenitori hanno procurato in poco tempo 20.000 dollari. Ma perfino questi non basteranno se l’imprenditore italiano dovesse avere successo con la sua ultima richiesta di risarcimento danni: egli pretende 25.000 euro – più che sufficienti per chiudere definitivamente la bocca a una giornalista indipendente e a molti dei suoi colleghi insieme a lei. Il processo avrà luogo a febbraio.

Petra Reski ha tratto dalle querele una conclusione tanto inquietante quanto liberatoria: col suo lavoro è emigrata nel regno della finzione e scrive sulla mafia solamente in forma di romanzo. E’ un peccato, perché significa una sconfitta per la libertà di opinione e di stampa e perché verrà a mancare la caparbietà della Reski in questo ambito giornalistico. Ma è pure bello perché intanto ci sono tre avvincenti romanzi sulla procuratrice Serena Vitale. Lì ci sono più fatti veri sulla mafia di quanti ne potrebbero mai essere scritti in un giornale. Contro questi libri non ha sporto querela ancora nessuno.

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Und jetzt mal das Positive

Freitag, 17. November 2017

Christof Siemes hat in der  Zeit N° 47 / 2017 sehr klar und sehr verständlich dargelegt, worum es eigentlich geht: Nicht um mich, sondern um die Pressefreiheit in Deutschland. Hier ist der Artikel:

Vor dem Gesetz

Warum die preisgekrönte Investigativjournalistin Petra Reski über die Mafia nur noch in Romanform schreibt

VON CHRISTOF SIEMES

»Ich fürchte mich nicht vor der Mafia, sondern vor der Feigheit der Anständigen«, heißt es in Bei aller Liebe, Petra Reskis jüngstem Roman über die Umtriebe der Mafia in Italien und Deutschland. Was sie im Buch einer fiktiven Staatsanwältin in den Mund legt, könnte die preisgekrönte Autorin mit Fug und Recht auch von sich selbst sagen. Seit Jahren beschäftigt sie sich in Sachbüchern, Zeitungsartikeln (auch für die ZEIT) und Romanen mit den Verbrechen von Cosa Nostra und Co.; zeitweise konnte sie nur unter Polizeischutz öffentlich auftreten. Doch die meisten Probleme hat sie bei ihrer verdienstvollen Arbeit zurzeit nicht mit irgendwelchen finsteren Gestalten, sondern mit den Feinheiten der deutschen und internationalen Rechtsprechung sowie einem prominenten Verleger aus Berlin.

Vor zwei Wochen hat das Landgericht Hamburg das jüngste Urteil in einer Reihe von Prozessen gefällt, in die Petra Reski seit Jahren verwickelt ist. Diesmal hatte sie selbst geklagt – gegen Jakob Augstein, den Spiegel-Erben, Verleger und Chefredakteur der Wochenzeitung Der Freitag. Im März 2016 war dort Reskis Artikel Die Bosse mögen’s deutsch erschienen, in dem sie unter anderem über einen Prozess schrieb, den ein italienischer Geschäftsmann aus Erfurt gegen eine Mafia-Dokumentation des MDR erfolgreich angestrengt hatte, in der er sich als mutmaßliches Mafiamitglied dargestellt wähnte. In ihrem Artikel nannte Reski den Gastwirt beim Namen – im Glauben, es handele sich um zulässige Gerichtsberichterstattung. Dennoch verklagte er wegen Verletzung seiner Persönlichkeitsrechte zunächst Reski persönlich und dann den Freitag, der den Artikel daraufhin von seiner Website nahm und seine Autorin – entgegen den Gepflogenheiten der Medienbranche – mit den juristischen Scharmützeln alleinließ.

Nicht genug damit, dass der in seinen Kolumnen auf Spiegel Online stets so kämpferische Augstein der freien Investigativjournalistin Reski den Rechtsschutz versagte; in diversen Tweets und Stellungnahmen zog er die Seriosität ihrer Arbeit prinzipiell in Zweifel. Gegen fünf dieser Äußerungen klagte sie, drei davon darf Augstein nun nicht mehr wiederholen. Der Schaden freilich bleibt: Zum einen muss Reski den größeren Teil der Gerichtskosten tragen, zum anderen darf Augstein zum Beispiel mit Blick auf die Autorin weiter behaupten, Redaktionen seien »keine Rechtsschutzversicherung für mangelhafte Recherche«. Auch wenn Petra Reski gegen das Urteil Berufung einlegen wird – welcher Journalist wird sich nun an einen Artikel zum Thema Mafia wagen, wenn selbst namhafte Verleger das damit unweigerlich verbundene Risiko scheuen und sich beim geringsten Gegenwind von ihren Autoren distanzieren?

Anderer Art ist das Dilemma, das ein Urteil des Europäischen Gerichtshofs für Menschenrechte in Straßburg illustriert. Diesmal geht es um Petra Reskis Sachbuch Mafia. Von Paten, Pizzerien und falschen Priestern aus dem Jahr 2008. Auch dagegen hatte ein italienischer Geschäftsmann geklagt, weil er sich zu Unrecht als »mutmaßliches Mitglied der ’Ndrangheta«, der kalabrischen Mafia, bezeichnet sah.

Über einen solchen Verdacht darf berichtet werden, wenn er sich auf einen »Mindestbestand an Beweistatsachen« stützen kann. Als solche nannte Reski in ihrem Buch unter anderem interne Berichte des Bundeskriminalamts; auf dem Weg durch diverse Instanzen brachte sie zudem weitere Akten sowie eidesstattliche Versicherungen italienischer Ermittler bei. Der zweithöchste italienische Anti-Mafia-Ermittler bot sogar an, selbst vor einem deutschen Gericht die Verstrickungen des Klägers zu bezeugen.

Allein: All dieses Material wurde von der deutschen Justiz nicht als sogenannte privilegierte Quelle akzeptiert. Eine Beschwerde dagegen beim Bundesverfassungsgericht wurde abgewiesen; Reskis Verlag Droemer Knaur (der seiner Autorin, anders als Augstein, in dem jahrelangen Verfahren die Treue hielt) schwärzte die entsprechenden Stellen im Buch, zahlte an den Geschäftsmann 10 000 Euro Schadensersatz – und rief schließlich das oberste europäische Gericht an. Hier wurde nun nicht mehr der konkrete Fall verhandelt; im Verfahren von Reskis Verlag gegen die Bundesrepublik Deutschland ging es um eine übergeordnete Frage: Hat die deutsche Justiz mit ihren Urteilen in dieser Sache das Recht auf freie Meinungsäußerung verletzt?

Sechs der sieben Richter sagen: Nein. Als Quellen der Berichterstattung akzeptieren auch die Straßburger Richter – wie zuvor ihre deutschen Kollegen – nur offizielle, für die Öffentlichkeit gedachte Stellungnahmen einer ermittelnden Staatsanwaltschaft oder rechtskräftige Urteile. Das heißt: BKA-Berichte und andere interne Dokumente reichen demnach nicht aus, um über den Verdacht mafiöser Umtriebe unter Nennung von Klarnamen berichten zu können.

Der Gedanke dahinter ist durchaus nachvollziehbar: Der Persönlichkeitsschutz ist ein hohes Gut; ein Verdacht wird schnell in die Welt gesetzt, und schon eine anonyme Anzeige kann zu einer Aktennotiz bei den Ermittlungsbehörden führen, die aber noch nicht automatisch als Quelle taugt. Will man solche Interna dennoch nutzen – und ohne sie ist investigativer Journalismus schlechterdings unmöglich –, muss der Betroffene vor Veröffentlichung seines Namens mit den Erkenntnissen konfrontiert und seine Stellungnahme eingeholt werden. Dies haben die europäischen Richter nun noch einmal ausdrücklich betont.

Im Falle einer Berichterstattung über die Mafia mutet diese Rechtsprechung freilich einigermaßen weltfremd an. Soll eine freie Autorin ohne die Rückendeckung einer großen Redaktion das erwartbare Dementi einholen, damit ihr demnächst aufgelauert und gedroht wird, wie es Petra Reski schon widerfahren ist? Immerhin eine Richterin des EuGH mochte sich diesem unbedingten Vorrang des Persönlichkeitsschutzes vor dem Recht auf freie Meinungsäußerung nicht anschließen. Vielleicht liegt es daran, dass Nona Tsotsoria aus Georgien kommt und dort ihre eigenen Erfahrungen mit mafiösen Strukturen gemacht hat. In ihrem abweichenden Votum zum Urteil ihrer Kollegen erachtet sie interne Berichte durchaus als offizielle Quellen und bedauert »diese beunruhigende Abweichung von der gängigen Auffassung der Rechtsprechung zutiefst«.

In Italien, wo Petra Reski seit Jahrzehnten lebt, ist die Rechtslage aufgrund der Erfahrungen im Anti-Mafia-Kampf in vielen Bereichen anders. Zum Beispiel ist dort schon die bloße Zugehörigkeit zur Mafia ein Straftatbestand. Zudem hat man zur Verhinderung von Geldwäsche die Beweislast umgekehrt: Wer große Mengen Bargeld besitzt, muss deren Herkunft erklären können – in Deutschland dagegen müssen die Ermittlungsbehörden nachweisen, dass das Geld eventuell aus illegalen Geschäften stammt. Bei der Berichterstattung ist es im Heimatland der Cosa Nostra erlaubt, unter Nennung der Namen aus allen verfügbaren Quellen zu zitieren; dazu gehören auch die Protokolle der vielen Abhöraktionen, die in diesem Umfang in Deutschland nie genehmigt würden, ohne die aber der Kampf gegen die Clans kaum möglich ist. (Dass diese Praxis auch ihre Schattenseiten hat und vollkommen Unbeteiligte in Ermittlungsakten auftauchen können, ist unbestritten.) Natürlich klagen auch in Italien mutmaßliche Mafiosi gegen die Berichterstattung über sie. Aber ihr sei kein einziger Fall bekannt, in dem ein Journalist mit internen Quellen vor Gericht unterlegen wäre, sagt Petra Reski.

Um sich die weitere Auseinandersetzung mit Augstein und dem Erfurter Geschäftsmann überhaupt leisten zu können, hat sie ein Crowdfunding veranstaltet; 262 Unterstützer brachten binnen Kurzem 20 000 Dollar auf. Aber selbst die werden nicht reichen, sollte der Ostitaliener mit seiner jüngsten Schadensersatzforderung erfolgreich sein: Er verlangt 25 000 Euro – mehr als genug, um eine freie Journalistin endgültig mundtot zu machen und viele ihrer Kollegen gleich mit. Verhandelt wird darüber im Februar.

Petra Reski hat aus den Querelen einen gleichermaßen beunruhigenden wie befreienden Schluss gezogen: Sie ist mit ihrer Arbeit ins Reich der Fiktion ausgewandert und schreibt über die Mafia nur noch in Romanform. Das ist schade, weil es eine Niederlage für die Meinungs- und Pressefreiheit bedeutet und Reskis Hartnäckigkeit in diesem journalistischen Feld fehlen wird. Aber es ist auch schön, weil es mittlerweile drei fesselnde Romane über die Staatsanwältin Serena Vitale gibt. Darin stehen mehr wahre Begebenheiten über die Mafia, als in einer Zeitung je geschrieben werden könnten. Geklagt hat gegen diese Bücher noch niemand.

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Last call! Lesereise! #BeiallerLiebe!

Mittwoch, 01. November 2017

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Ein schwarzer Tag für die Meinungsfreiheit

Donnerstag, 19. Oktober 2017
Santa Mafia

Petra Reski „Mafia. Von Paten, Pizzerien und falschen Priestern“ Droemer 2008

„Ich bedauere diese beunruhigende Abweichung von der gängigen Auffassung der Rechtsprechung zutiefst“, stellte Richterin Tsotsoria am Ende des soeben ergangenen Urteils des Europäischen Gerichtshofs für Menschenrechte fest.

Es ist in der Tat ein schwarzer Tag für die Meinungsfreiheit: Mit seinem soeben ergangenen Urteil hat der Europäische Gerichtshof die Beschwerde des Verlages Droemer Knaur abgelehnt, derzufolge die Schwärzung meines Buches „Mafia. Von Paten, Pizzerien und falschen Priestern“ (Droemer 2008) und die Geldentschädigung von 10 000 Euro gegen die freie Meinungsäußerung (Art. 10 der Europäischen Menschenrechtskonvention) verstoße. Ich stimme mit der Verlagsleiterin Margit Ketterle darin überein: Wenn sich Journalisten und Verlage für die Verdachtsberichterstattung nicht auf den Rückgriff auf qualifizierte Quellen verlassen können und Journalisten vor Gericht beweisen müssen, dass Verbrechen begangen wurden, dann ist die Pressefreiheit in Gefahr.

Mich hat dieses Urteil darin bestärkt, auch in Zukunft weiterhin Romane über die Mafia zu schreiben. Soeben ist bei Hoffmann&Campe erschienen: „Bei aller Liebe. Serena Vitales dritter Fall“ handelt vom Geschäft der Mafia mit Migranten.

*

Richterin Tsotsoria legte Wert darauf, ihre abweichende Meinung im Urteil zur Kenntnis zu bringen:

I voted in favour of finding a violation of Article 10 of the Convention in this case.

The publication by the applicant company indisputably concerned a matter of great public interest – the activities of the mafia in Germany. In the book, S.P.’s alleged membership of the criminal organisation was presented as a presumption and not as a fact. This assumption was based on a variety of sources, including the official reports of the Federal Office of Criminal Investigation. In those circumstances, contrary to the findings of the present case, the case-law does not require that journalists undertake independent research. The case-law also provides that journalists must be free to report on events based on information gathered from official sources without further verification (see Koniuszewski v. Poland, no. 619/12, § 58, 14 June 2016, with references to other case-law).

I consider that the author of the book, a journalist who is renowned for her anti-Mafia publications, acted in good faith, in compliance with the duties and responsibilities enshrined in Article 10 of the Convention. Equally, I do not find it possible to reproach the applicant company for overstepping the allowed limits of exaggeration. Moreover, the possible meaning of “high level of suspicion” (see paragraph 47 of the judgment) in terms of the Court’s case-law is also unclear to me. Further, I am not convinced that the applicant company was given appropriate opportunities by the domestic courts to put forward arguments regarding the veracity of the information.

 

In a nutshell, based on the above arguments and sharing the rationale of the applicant’s reasoning, I find that the local courts failed to strike a proper balance between the applicant company’s freedom of expression and the right to respect for S.P.’s private life and reputation, as required by the criteria established by the Court’s case-law. In my view, the national judicial authorities did not give due consideration to the importance and the scope of the principle of freedom of expression, which should result in a narrow margin of appreciation being accorded to the decisions of the national courts. This fact meant that the Court ought to have substituted its view for that of the domestic courts (see Aksu v. Turkey [GC], nos. 4149/04 and 41029/04, § 67, ECHR 2012, and Palomo Sánchez and Others v. Spain [GC], nos. 28955/0628957/0628959/06 and 28964/06, §57, ECHR 2011).

 

I deeply regret this troubling departure from the prevailing understanding of the case-law of this Court.

*

ABWEICHENDE AUFFASSUNG DER RICHTERIN TSOTSORIA

Ich stimmte dafür, in diesem Fall einen Verstoß gegen Artikel 10 des Übereinkommens festzustellen  

Die Publikation der antragstellenden Firma betraf fraglos eine Angelegenheit, die von großem öffentlichem Interesse ist – die Aktivitäten der Mafia in Deutschland. Im Buch wird die angebliche Mitgliedschaft von S.P. in der kriminellen Organisation als Annahme dargestellt und nicht als Tatsache. Diese Annahme basierte auf verschiedenen Quellen, einschließlich der offiziellen Berichte des Bundeskriminalamts. Unter diesen Umständen, im Gegensatz zu den Erkenntnissen des vorliegenden Falls, erfordert es das Präzedenzrecht nicht, dass Journalisten unabhängige Recherchen betreiben. Das Präzedenzrecht setzt auch voraus, dass Journalisten frei sein müssen, über Ereignisse zu berichten, die auf Information basieren, die von offiziellen Quellen bezogen werden, ohne diese weiter zu verifizieren (s. Koniuszewski gegen Polen, Nr. 619/12, § 58, 14. Juni 2016, unter Bezugnahme auf anderes Präzedenzrecht).

Ich bin der Meinung, dass die Autorin des Buchs, eine Journalistin, die berühmt ist für ihre Mafia-kritischen Publikationen, guten Gewissens handelte, und in Übereinstimmung mit den Pflichten und Aufgaben, die in Artikel 10 des Übereinkommens verankert werden. Desgleichen sehe ich mich nicht in der Lage, der antragstellenden Firma den Vorwurf zu machen, die erlaubten Grenzen der Übertreibung überschritten zu haben. Überdies verstehe ich die mögliche Bedeutung von „hohem Grad an Verdacht“ (s. Paragraph 47 des Urteils) hinsichtlich der Rechtsprechung des Gerichts auch nicht. Außerdem bin ich nicht überzeugt, dass die antragstellende Firma von den einheimischen Gerichten ausreichend Gelegenheit bekam, Argumente bezüglich des Wahrheitsgehalts der Informationen vorzubringen. 

 Kurz zusammenfassend bin ich, basierend auf den obengenannten Argumenten und in Übereinstimmung mit der Logik der Beweisführung der Antragstellerin, der Meinung, dass es den örtlichen Gerichten nicht gelungen ist, die richtige Balance zu finden zwischen der freien Meinungsäußerung der antragstellenden Firma und dem Recht, das Privatleben und den Ruf S.P.s zu respektieren, so wie es die Kriterien verlangen, die das Präzedenzrecht des Gerichts festlegt. Meines Erachtens haben die deutschen Justizbehörden die Wichtigkeit und das Ausmaß des Prinzips der freien Meinungsäußerung nicht gebührend berücksichtigt, was darauf hinauslaufen sollte, dass den Urteilen der nationalen Gerichte ein enger Spielraum der Wertschätzung gewährt wird. Dieser Umstand bedeutete, dass dieses Gericht seine Ansicht mit der des deutschen Gerichts hätte substituieren sollen (s. Aksu gegen Türkei [GC], Nr. 4149/04 und 41029/04, § 67, ECHR 2012, und Palomo Sánchez und Andere gegen Spanien [GC], Nr. 28955/0628957/0628959/06 und 28964/06, §57, ECHR 2011).

Ich bedauere diese beunruhigende Abweichung von der gängigen Auffassung der Rechtsprechung zutiefst.  

 

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Daily life in Venice

Dienstag, 10. Oktober 2017

Ja, so sieht das tägliche Leben in Venedig aus – für kleine Venezianer und nicht nur für sie. Das Leben in Venedig ist zu einem einzigen Hindernislauf geworden. Kein Wunder, wenn 33 Millionen Touristen auf 54 400 Einwohner treffen. Und Rettung  ist nicht in Sicht.

Und ja, mindestens so schlimm wie die Kreuzfahrtschiffe ist die Airbnb-Plage für Venedig. Nur mit dem Unterschied, dass die Airbnb-Gäste nicht so giftig sind, wie die Emissionen der Kreuzfahrtschiffe. Aber sonst mindestens genauso destruktiv für Venedig. Arte hat jetzt einen neuen Film über den Kampf der letzten Venezianer gemacht: „Überleben in Venedig“. Tja.

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„Bei aller Liebe“ on the road

Donnerstag, 14. September 2017

Getz (sagt man im Ruhrgebiet) geht’s los: Nächste Woche Lesungen in Hamburg, Marburg und Kassel. Und demnächst noch mehr.

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Filmfest 2 (und Mafia)

Samstag, 09. September 2017

Dieses wunderbare Bild gibt es als Postkarte von No Grandi Navi – die eine große Demo (darunter eine kleine, feine Seeschlacht)  für den 23./24. September planen. Was uns hier natürlich am Herzen liegt, zumal in diesen Tagen des Filmfests, das morgen zu Ende geht.

Frühmorgens, wenn die Horden noch nicht eingefallen sind, lief für mich (wie immer) der schönste Film des ganzen Festivals. Also habe ich, wenn ich zum Lido fuhr, habe ich immer wie blöde fotografiert, (und mich ein bisschen geschämt, wie immer, wenn ich mich wie ein Tourist benehme). Aber ja, auch ich wollte diese seltenen Momente festhalten, wenn Venedig noch sich selbst gehört: Venedig ist wie ein Liebhaber, von dem du weißt, dass er dich mit allen betrügt und den du dennoch nicht verlassen kannst.

Der Preis wird wie immer an einen Film gehen, den ich entweder nicht gesehen habe (The Shape of Water), aus dem ich rausgegangen bin (First Reformed, Paul Schrader) oder den ich komplett schwachsinnig fand (Mother von Darren Aronofsky :ganz oben auf meiner Liste idiotischer Festivalfilme – ich würde sogar sagen, dass er diesen im Schlamm spielenden russischen Schwachsinnsfilm übertrifft, wo sich die Frau die Barthaare ihres Geliebten in den Mund steckt.) Bei „Mother“ gab es jede Menge blutiger Astlöcher, in denen Jennifer Lawrence herumpult, und selbst Javier Bardem konnte die Chose nicht retten. Als Schriftstellerin bin ich allerdings beeindruckt, wie es ein Regisseur hinkriegt, komplett auf jede Logik zu … und einfach nur diverse blutige Astlöcher, einen Schriftsteller mit Schreibblockade, irre Fans, ein kleingehacktes Baby und ein explodierendes Spukhaus aneinander zu reihen und zu glauben, dass das Ganze funktioniert.

Mein Lieblingsfilm war „Three Billboards outside Ebbing“ (die Mutter eines ermordeten Mädchens mischt die verschlafene Polizei auf) mit der wunderbaren Frances Mc Dormand Und ich nehme an, dass er schon aus diesem Grunde nichts gewinnen wird.

Mafia gab es auf dem Filmfest natürlich auch, in rauen Mengen, etwa bei Suburra, jetzt als Netflix-Serie, nachdem es letztes Jahr als Film lief (hatte einige Déjà-Vu-Erlebnisse). Wie der Roman auch geht es um die Geschichte der römischen Mafia (die laut Urteilsspruch plötzlich gar keine Mafia war, sondern nur Bandenkriminalität): „Mafia Capitale“, also Mafiosi, Politiker und Priester, wie im wirklichen Leben.

Aus Neapel kam das Mafia-Musical Ammore e Malavita   Und obwohl ich immer skeptisch bin, bei „Mafia jetzt mal lustig“, fand ich es wunderbar, am besten natürlich die Szene im Krankenhaus, zu What a feeling auf Neapolitanisch. (Ist natürlich nicht das erste Mafia-Musical, das erste hat Roberta Torre 1997 ebenfalls in Venedig vorgestellt: Tano da morire.)

Mich erinnerte das an meine Begegnung mit Carmine Sarno, auch genannt ‚o topolino, das Mäuschen, einem neapolitanischen Camorra-Boss und Musikproduzenten, weshalb sein Herrschaftsgebiet, der Vorort Ponticelli in Neapel auch „la piazza dei cantanti“ genannt wird. Die Musik der Neomelodici dient, wie die Mafiamusik der ‚Ndrangheta auch, nicht nur dazu, Propaganda für die Mafia zu machen, sondern auch, Botschaften an Clans zu überbringen, wie es ein abtrünniger Camorrista über den Sänger Alessio behauptete (gegen den allerdings nicht ermittelt wird, die Behauptungen eines Abtrünnigen sind erst relevant, wenn sie von anderen Quellen bestätigt werden). Eine Nacht lang habe ich Carmine und Alessio begleitet, eine sehr interessante Erfahrung. „Alessio wurde durch mich geboren“, sagte Carmine Sarno damals zu mir. „Und er wird mit mir sterben.“ Alessio tritt übrigens auch in der Serie Gomorrha auf. Die Mafia liebt es, wenn sie als blutrünstig dargestellt wird.

An Carmine habe ich auch gedacht, als ich die erste Szene von Loving Pablo  sah, den Film über Pablo Escobars Aufstieg und Fall aus der Sicht seiner Geliebten. Da präsentiert sich Pablo Escobar einer Journalistin und späteren Geliebten (Penelope Cruz) als Wohltäter, der Häuser für die Armen baut. Sozusagen ein Klassiker. Carmine Sarno erzählte mir von seinen Wohltätigkeitskonzerten: eines für Kinder am Dreikönigsfest und eines zugunsten Körperbehinderter im September.

Allein Javier Bardem mit Kraushaar und Bauch zu sehen, lohnt sich. Ich Herzchen glaubte natürlich, dass sich Bardem das Fett dank Robert De Niros Method-Acting-Methode angefressen hätte, war aber nur eine – sehr glaubhafte – digitale Plauze. Die Narcos sind natürlich etwas grobschlächtiger als ihre italienischen Vorbilder, in jeder Hinsicht.

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„Das italienische Beben“

Dienstag, 29. August 2017

so lautet die Überschrift zu meiner Erinnerung an die Morde von Giovanni Falcone und Paolo Borsellino: „Vor 25 Jahren führte der Terror in Italien zu einer dramatischen Wende: Die Mafia schwor der Gewalt ab und ging in die Politik. Dort ist sie bis heute geblieben.“

Nachzulesen im Magazin des Tagesanzeigers.

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Jugend Rittet

Freitag, 11. August 2017

Ok, ich wusste schon, dass „Bei aller Liebe“ aktuell ist – aber ich hätte nicht gedacht, dass es so schnell so hoch her gehen würde. Zwischen Deutschland und Italien. Allein schon mal orthografisch. Von „Jugend rittet“ bis „Jugend bettet“ – war alles drin: In so gut wie keinem Artikel der italienischen Presse wurde „Jugend rettet“ richtig geschrieben, nicht mal im Beschlagnahmungsbefehl der Staatsanwaltschaft von Trapani, die letzteren auf Geheiß des Untersuchungsrichters ausgestellt haben. Das muss jetzt hier so pingelig ausklamüsert werden, weil im Eifer des Gefechts (anders kann man die Berichterstattung darüber nicht bezeichnen) doch einiges durcheinander geraten ist.

Auf Facebook, Twitter und in Artikeln wurden Südkurven-Schlachten ausgetragen, Ninja Turtles gegen Shredder, hätte man meinen können. Dabei war es nur eine normale Ermittlung rund um die „Begünstigung illegaler Einwanderung“. Die zur Folge hatte, dass die „Iuventa“, das Schiff der NGO „Jugend Rettet“ beschlagnahmt wurde und, wohlgemerkt, gegen einzelne Mitglieder der NGOs  von „Jugend Rettet“, „Ärzte ohne Grenzen„, „Save the children“ und andere ermittelt wird.

Kurzum: Hier wird kein Rundumschlag gegen alle NGOs gefahren, es geht es auch nicht darum, Rettungsorganisationen zu kriminalisieren (mehr …)

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La ‘Ndrangheta cantata

Mittwoch, 09. August 2017

Il mio collega Attilio Bolzoni si occupa da decenni della mafia, scrive per la Repubblica, per cui ha inventato il blog: „Mafie“ – e mi ha chiesto di contribuire con un pezzo sul singolare successo della „musica della mafia“ in Germania:

La ‘Ndrangheta cantanta.

Era il 2000 quando la Germania scoprì che la mafia non è altro che un piccolo popolo minacciato dal rischio dell’estinzione, qualcosa come i Chiapas. Una cultura antica, insomma. Magari con riti bizzarri, ma comunque una cultura. E una cultura non si può giudicare in Tribunale.

Questo era il messaggio di tanti articoli usciti per promuovere la cosiddetta “musica della mafia”, considerata ancora oggi da tanti giornalisti tedeschi come „autentica cultura mafiosa calabrese”. I testi delle canzoni erano documentati in italiano e tedesco, come la canzone sull’attentato di mafia contro il generale Carlo Alberto dalla Chiesa nel 1982: “Hanno ammazzato il generale / non ha avuto tempo nemmeno per pregare / così fu mandato velocemente al Padreterno / La mafia è una legge criminale che ti lascia in pace finché vuole / ma se la stuzzichi / arriva il momento che si muove”.

Le intenzioni di questa presunta “musica popolare da diverse regioni del sud dell’Italia” erano ben chiare, ma il messaggio diffuso dai giornalisti tedeschi era: la mafia non è altro che un popolo invischiato in faide arcaiche che celebra riti incomprensibili. Un popolo che canta, balla e i cui membri alla fine si uccidono tra di loro. Niente per cui i tedeschi dovrebbero sentirsi in pericolo.

La scrittrice calabrese Francesca Viscone ha analizzato il fenomeno brillantemente nel saggio “La globalizzazione delle cattive idee. Mafia, musica, mass media” (Rubbettino Editore). Non ci sono stati giornali, radio, televisioni tedesche che non abbiano parlato del fenomeno della musica della mafia. Un fotografo calabrese è stato artefice del successo tedesco delle canzoni della ’Ndrangheta: Francesco Sbano vive tuttora ad Amburgo e ha avuto nel 2000 l’idea di produrre la cosiddetta “Musica della mafia”.

L’abilità con cui Sbano si è introdotto nelle redazioni tedesche era utile soprattutto nel momento delicato dopo la strage di Duisburg. Per la prima volta i tedeschi scoprivano di avere la mafia in casa. Sbano fu tra i primi a spiegare la ‘Ndrangheta e a mostrare “materiale video esclusivo”, invitato dall’Università di Bochum insieme ad Antonio Pelle, originario di San Luca e gestore dell’hotel Landhaus Milser a Duisburg, dove fu ospitata la squadra dell’Italia durante i mondiali di calcio in Germania nell’estate del 2006. Sbano mostrava il suo film “Uomini d’”onore”: un documentario in cui uomini con il passamontagna cavalcano per l’Aspromonte e farfugliando elevano la mafia a una specie di patrimonio dell’umanità. Un documentario che gira ancora oggi in tanti cinema tedeschi.
Per Sbano lo Stato italiano è colpevole di tutto: soprattutto delle condizioni di vita nel Sud. Si dice convinto che le finanze meridionali sarebbero risanate se la ’Ndrangheta potesse investire legalmente i suoi miliardi: „Tutti i mafiosi di alto rango con cui ho parlato mi hanno assicurato che la legalizzazione della mafia e la fine dell’economia sommersa determinerebbero un miracolo economico in Calabria. Naturalmente la mafia dovrebbe interrompere l’uso di antichi metodi barbari“, dice Sbano in un’intervista modello apparsa su „Corazon-International“ e realizzata da un suo giornalista “prescelto”: Max Dax, coproduttore del primo cd di canzoni di ’Ndrangheta.

Un altro giornalista prescelto è Andreas Ulrich, corrispondente di cronaca nera del settimanale Der Spiegel. Un anno dopo il massacro di Duisburg, Der Spiegel si vantava in un editoriale che due dei suoi reporter erano stati guidati nella realizzazione di un reportage sulla ‚Ndrangheta proprio da Francesco Sbano, persona che “gode della fiducia dei boss”. Il più grande settimanale tedesco comunicava allora con orgoglio che le sue informazioni sulla mafia provenivano dalla mafia stessa.

Sbano regala al pubblico tedesco quasi ogni anno una nuova iniziativa per fornire ai tedeschi un’immagine folcloristica della mafia. Nel 2010 è riuscito ad allegare la sua musica a un libro i cui autori (tra cui Roberto Saviano) non sapevano nulla di questa compagnia: Malacarne. “Vivere con la mafia”  è il titolo del volume. Insieme alle fotografie del bolognese Alberto Giuliani il “toccante documento di un´epoca” (come recitava la pubblicità dell’editore) si avvaleva del contributo dei testi di Roberto Saviano e di altre personalità note per il loro impegno contro la mafia, ma anche di due cd della Musica della Mafia. Nessuno degli autori sapeva che i loro testi sarebbero stati accompagnati dalla musica della mafia, altrimenti non li avrebbero messi a disposizione del fotografo:. Tutti i famosi autori hanno preso le distanze dall’indesiderata compagnia.

Nel 2011 Sbano ha pubblicato un libro che spiega le presunte idee di un presunto boss mafioso con il titolo curioso „L’onore del silenzio“. Un boss si confessa”. (Die Ehre des Schweigens. Ein Mafiaboss packt aus. Heyne editore). Come ha osservato la scrittrice Francesca Viscone, Sbano costruisce l’autobiografia di un boss con le regole delle fiabe: assenza di tempo, spazio e identità dei personaggi, abbondanza di riti e miti. Puro folclore mafioso. Impossibile a chiunque verificare le dichiarazioni del boss Belfiore, e persino la sua esistenza.

Andreas Ulrich, giornalista di Der Spiegel e fidato amico di Sbano ha scritto una prefazione degna dell’opera, sferrando una serie di attacchi frontali contro lo Stato italiano e contro i suoi colleghi giornalisti che hanno osato scrivere sulla mafia in Germania e i cui libri (tra cui il libro “Santa Mafia” della sottoscritta) sono stati censurati in Germania.
L’attacco più violento però viene indirizzato contro il movimento antimafia italiano: Ulrich lo definisce come “Wanderzirkus”, circo ambulante, composto di “giornalisti, fotografi, autori e attivisti d’altro genere che cavalcando l’onda della lotta dell’antimafia vogliono diventare famosi”. La storia della mafia deve essere raccontata solo dai mafiosi, dice Ulrich, gli unici credibili. Parola d’onore.

Sbano e Ulrich questa volta però si sono spinti un po’ troppo lontano. Attivisti del movimento antimafia di Berlino si erano recati alla presentazione del libro di Gianluigi Nuzzi, “Metastasi”, a cui avrebbe dovuto partecipare anche Ulrich, insieme al procuratore Nicola Gratteri. Ma Ulrich, appena un giorno dopo l’uscita del libro di Sbano, era stato invitato a rimanere a casa.

Poco dopo però, nel 2013, grazie al prestigio che gli deriva dalla collaborazione allo Spiegel che lo considera “specialista di mafia”, Sbano riesce a presentare la sua musica della mafia a Berlino nell’importante Haus der Kulturen (gestito e pagato dal ministero tedesco degli Esteri). L’associazione „Mafia? Nein Danke!” manda una lettera di proteste alla direzione.
Un anno dopo però Francesco Sbano perde la calma. Fa irruzione al Museo della ‘ndrangheta di Reggio Calabria, minacciando gli operatori presenti e la scrittrice Francesa Viscone che da oltre dieci anni lo accusa di attuare una subdola strategia culturale per spacciare i valori mafiosi per cultura popolare.

“Voi ci state causando un sacco di danni. Vi rovino”, ha gridato Sbano in tono inequivocabile. Ad ascoltare le urla c’erano tre giovani collaboratori del museo. Come riferisce l’associazione “Libera” in un comunicato di solidarietà, Sbano ha apostrofato Francesca Viscone in tono offensivo, con “il solito epiteto che gli uomini a corto di idee riservano alle donne”.

L’anno scorso, il tribunale di Reggio Calabria ha condannato Francesco Sbano per ingiuria, minaccia e diffamazione in seguito alla sua intrusione nel museo della ‘Ndrangheta.
Oggi Sbano gestisce un ristorante italiano ad Amburgo. Qui i clienti tedeschi vengono trattati “come i preti”. E continuano a credere che la mafia esista solo in alcuni villaggi italiani arretrati. Missione compiuta.

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